giovedì 26 gennaio 2012

Rivoluzione politica: prima i contenuti e poi in base a questi le allenze

C’è una clamorosa novità poco sottolineata negli ultimi avvenimenti politici. Approvate da un maggioranza persino più ampia dell’ampia maggioranza che le ha sottoscritte, le mozioni unitarie sulla politica europea dell’Italia segnano un punto importante nella storia politica recente. Oltre alla mozione europea promossa da Rocco Buttiglione, poi, bisogna ricordare che la settimana scorsa c’era stata la mozione unitaria sulla giustizia promossa da Roberto Rao per approvare la relazione del ministro Severino. Ci sono poi da calcolare le tre fiducie incassate dal governo col voto favorevole di Terzo Polo-PD-PDL più altri. Ma insisto sul fatto che le mozioni valgono persino più delle fiducie, e nulla esclude che altre mozioni comuni possano essere realizzate nel prossimo futuro, in vari campi, dagli esteri alla cultura all’economia. Ma già la Giustizia e l’Europa sono due tra i temi in assoluto più sensibili in campo e anche con alte potenzialità di divisione. Non sono mancate infatti le resistenze alla pratica fin qui inusuale del documento realizzato e sottoscritto insieme dagli ex avversari. Alcuni forse avrebbero preferito approvare mozioni simili ma distinte. D’altro canto il governo ha dato parere favorevole a quasi tutte le mozioni. Ma è proprio questo che indica l’importanza di quanto accaduto: si sarebbe potuto approvare sia mozioni del PD che del PDL, si è preferito approvarne una comune, per dare più forza al governo nell’interesse dell’Italia. Una scelta politica. Una scelta responsabile. Che segna una clamorosa inversione rispetto a quanto accaduto negli ultimi venti anni. Finora prevaleva la logica delle maggioranze precostituite. La logica del “o di qua o di là”, a prescindere da tutto. Prima le alleanze elettorali, poi i contenuti, con i risultati che si sono visti nell’incapacità di governare davvero. Contro questa logica si è battuto dall’inizio l’UDC, che in questo vedeva il male del bipolarismo fazioso. Con le mozioni si inverte completamente il processo: prima i contenuti, pensati in funzione dell’interesse comune dell’Italia, poi sulla base della condivisione o meno di questi contenuti, le alleanze. In qualche modo le mozioni e le fiducie in una condizione di emergenza come quella in cui ci troviamo delineano un nuovo arco costituzionale che non necessariamente prefigura una attuale o futura coalizione, ma che comunque inevitabilmente costituisce lo scenario all’interno del quale si potranno formare le coalizioni. Chi si colloca al di fuori della condivisione di una via maestra dell’interesse nazionale si autoesclude dalla possibilità di andare al governo. Questa è la nuova strada che si sta tracciando, e questo è anche uno dei nodi politici essenziali di questi giorni. Lo dimostrano i problemi e le opzioni di scelta con cui si confrontano tutti gli attori politici. Il Terzo Polo, che è indiscutibilmente il maggior protagonista e la guida di questa svolta,ma deve stare attento a camminare su un percorso comunque minato. Il PD, che a sua volta oltre ad essere percorso da tensioni interne fa ancora fatica a definire la propria identità anche nei rapporti con le realtà esterne, dal centro alla sinistra, dall’IDV ai sindacati. Tanto più vale per l’IDV che alterna il suo atteggiamento tra consenso e demagogia, tra voti favorevoli e contrari, tra sostegno e ostruzionismo. Ma il tutto è ancor più lampante sull’altro fronte. La Lega ha scelto coerentemente la linea dell’opposizione demagogica, nonostante tutta la sua innegabile grave crisi sia interna che di consensi. È un po’ buffo sentire i loro esponenti accusare il governo di tutti i mali di questo Paese come se fossero sorti tutti nell’ultimo mese e non fossero stati loro a governare fino a prima di Natale, ma tant’è. È chiaro che la Lega, almeno quella ufficiale, vuole porsi al di fuori di quell’arco costituzionale che si preoccupa dell’interesse nazionale: “Come dicevamo l’Italia è fallita”, ripetono. Il punto è il PDL. Innegabilmente vive un forte contrasto interiore, che attraversa le correnti ma forse dilania anche l’animo dei singoli esponenti. Sono tentati dalle sirene della Lega a restaurare il precedente status quo. Allo stesso tempo in molti capiscono che l’unica strada percorribile è quella intrapresa dal governo Monti. I diktat della Lega infastidiscono, ma allo stesso spaventano. E il PDL resta pericolosamente in bilico tra il salto nel futuro e il ritorno al passato. È ora di avere più coraggio, di valutare i contenuti. E di conseguenza vale anche per il governo: non deve fare errori, non deve dare occasioni di crisi, di fuoriuscita dalla maggioranza. È un governo di tecnici, devono mostrarsi all’altezza delle questioni che devono affrontare. Qualche scivolone ogni tanto c’è. Va evitato ad ogni costo, perché nessuno possa trovare l’appiglio cui attaccarsi per far ritornare in auge la nostalgia e abbandonare la strada maestra del bene comune. No, bisogna tenere la barra dritta. Per una politica dei contenuti da cui discendano le scelte politiche, e non il contrario.  

lunedì 23 gennaio 2012

Un'idea sulle automobili e il traffico

Questa idea non piacerà ai produttori di automobili. Lo Stato inoltre dirà che non ha i soldi per realizzarla. Non so neanche se gli sfasciacarrozze ne trarrebbero o meno giovamento. Non produce crescita economica. E forse non è nemmeno realizzabile in toto o in parte. Se con tutto questo state ancora leggendo, allora forse proprio da voi potrebbe arrivare quel commento, quell'idea che magari possa trasformare questa boutade in qualcosa di realizzabile e utile. Dunque, in giro ci sono troppe macchine. E al contempo c’è una pesante crisi che morde moltissimo proprio anche attraverso le spese per le automobili: carburante, assicurazione, bollo, manutenzione. Ma nonostante la crisi non si dà via la macchina, anche perché sennò come si fa a spostarsi nel caos delle nostre città, con mezzi pubblici inadeguati. E allora le strade continuano sempre più ad essere intasate da auto, e per di più sempre più vecchie e malridotte, con peggioramenti per l’inquinamento e anche per la sicurezza. Soluzioni non ce n’è, ma qualche spinta a migliorare la situazione si potrebbe trovare. Per esempio, incentivi alla rottamazione. Ecco, già sento il rumore delle reazioni dei lettori. Chi dice ‘sai che novità’, e chi grida al favore alle industrie e allo stimolo ad abituarsi alla ricerca di nuove macchine. No, stiamo andando in direzione opposta. Quando dico incentivi alla rottamazione prendo l’espressione alla lettera. Cioè mi chiedo se sia possibile promuovere una rottamazione delle macchine non in cambio di auto nuovo, ma proprio per ridurne il numero ed eliminare dalle strade vetture in cattive condizioni. Lo Stato potrebbe offrire dei soldi (mille euro? O secondo l’auto?), che di questi tempi potrebbero far comodo a molti: qualche liquido in più e meno spese per il futuro. Inoltre lo Stato potrebbe trovare il modo per mettersi d’accordo con gli sfasciacarrozze per promuovere il recupero di più materiali possibili dalle auto rottamate: non solo uno smaltimento ecocompatibile, ma addirittura la possibilità di far in qualche modo fruttare quelle moderne miniere che sono i cimiteri di prodotti (auto in questo caso) gettati via. Credo (spero) già si faccia, ma questa operazione potrebbe essere l’occasione per un impegno organico e una pianificazione più sistematica in questo ambito. Magari i fondi recuperati dal riciclo di materiali potrebbero poi essere destinati ai trasporti pubblici, che comunque dovranno essere potenziati e fatti funzionare. Un elemento importante infatti di questo piano per ridurre le auto è quello di offrire un valido mezzo di trasporto alternativo, che convinca a lasciare l’auto. Siccome però al contempo si dice spesso che i mezzi pubblici non possono funzionare tanto bene perché comunque ci sono troppe auto in giro, beh, disincentiviamole con una buona occasione. Niente per mandare in crisi il mercato delle auto, ma un aggiustamento in tempo di crisi perché no.

martedì 10 gennaio 2012

Il 2012 dei partiti. Si punta sul vecchio o sul nuovo?

È un anno del tutto nuovo il 2012 che si prospetta per i partiti italiani. Un nuovo inizio. Di fronte a loro hanno un ventaglio di scelte di comportamento che avranno una grande influenza sul destino dell’Italia ma anche sulla loro stessa sopravvivenza e sulla nuova immagine che di loro avranno l’opinione pubblica e gli elettori. I partiti sono in parte sgravati dalla responsabilità del governo, e dopo un ventennio di orgia di protagonismo all’inseguimento della partecipazione tv e dell’annuncio propagandistico, dopo tanto tempo passato sotto l’ombrello di Berlusconi e del berlusconismo, della politica personalistica e spettacolarizzata, ecco che adesso si impone un momento di respiro, un attimo per tirare il fiato. Una pausa di riflessione. Una sana dieta dimagrante per la bulimia di politica urlata che ci è stata inflitta in questi lustri di bipolarismo becero e inconcludente.
Ma questa pausa, questo momento di passo indietro non vuole assolutamente significare il venir meno di ogni responsabilità. Anzi. Il passo indietro richiesto ai partiti è in realtà un passo avanti richiesto alla politica. E i protagonisti di questa fase hanno l’enorme responsabilità del nuovo inizio, non potranno trincerarsi dietro l’essersi trovati in un certo clima cui si sono adeguati. Oggi il clima è indiscutibilmente cambiato, è più responsabile, l’aria è più pura, e quale sarà il clima per il futuro verrà deciso proprio in questi tempi decisivi. Per cui ciascun politico, ciascun partito oggi più che mai è investito della responsabilità dell’ora e del futuro, come in uno start up, per non voler scomodare la parola costituente.
In queste contingenze che sono per altro assai difficili e dure, i partiti hanno di fronte un ventaglio di opzioni comportamentali, non tutte alternative. C’è la scelta di proseguire in continuità con quanto accaduto finora, fingere che ci troviamo in una bolla che si limiterà ad essere una parentesi, e riprendere a ragionare come si faceva prima, con contrapposizioni, faziosità, spettacolarizzazione. Si può continuare a vivere in una campagna elettorale permanente e sguaiata, fatta di aggressioni al nemico di turno (per mascherare la propria inconsistenza, come è accaduto finora), punteggiata di promesse sgangherate e di vili inseguimenti della pancia della gente svelata da arruffati sondaggi del momento. Con un governo tecnico questo è ancora più facile, perché è un ottimo paravento su cui scaricare tutte le (proprie) colpe senza mai doversi assumere la responsabilità di mettere in pratica le proprie sconnesse idee. Quando poi si tornerà al voto, magari con un bilancio un po’ risanato si potrà cercare di sperperare di nuovo quel tesoretto di autorevolezza, credibilità e rigore che altri avevano messo da parte, pronti poi a rovesciare di nuovo su non si sa chi la colpa del nuovo sfascio che il ritorno della vecchia politica avrà di nuovo comportato. D’altro canto quella vecchia becera politica vive d’effimero, degli umori del momento, e conta sul fatto che gli italiani solleticati oggi nei loro istinti peggiori siano confusi, annebbiati, e non ricordino perché si è arrivati a tanto, cosa si è fatto ieri, e chi sono i responsabili, e si accaniscano solo sulla preda-trappola che gli viene messa sotto il naso. Starà agli italiani dimostrare di non essere così insensati da meritare il ritorno a questa politica-truffa.
Seconda opzione per i partiti è quella di prendersi un periodo di vacanza, di stare alla finestra, di lasciar fare ai tecnici mantenendosi il più possibile alla larga. Per non intralciare il loro lavoro, si dirà, ma anche per non rischiare contaminazioni e non assumersi responsabilità che non si è in grado di portare. Poi, chi vivrà vedrà. Altri avranno fatto il lavoro pesante, anche quello sporco, e le cose saranno state raddrizzate. A quel punto si ritorna in gioco, con meno problemi e magari contando sulla citata tendenza italica all’amnesia. Questa opzione, diciamolo, ha del buono. Se non abbiamo assistito alla sconfitta della politica, ma certo a quella di una certa politica, se sono dovuti intervenire i tecnici, allora è anche giusto lasciarli fare. Partiti troppo presenti, troppo condizionanti, troppo avanzanti pretese, potrebbero essere d’intralcio. È giusto lasciare al governo il margine di azione che gli compete. Ad esempio è giusto lasciare a governo e parti sociali (leggi ad esempio sindacati) lo spazio per confrontarsi, ma questo non vuol dire svignarsela di fronte ai temi più importanti per l’Italia, come il lavoro e l’occupazione.
Ma senza esagerare, senza usarlo come paravento. E qui scatta la terza opzione, quella della responsabilità. Perché se ogni governo, ogni scelta è politica, allora che ci stanno a fare i partiti se non a partecipare, ad assumersi le loro responsabilità? Che cosa sono i partiti se non le cinghie di trasmissione tra i cittadini e la politica? E allora questo devono fare, in ogni caso. Oggi, più che mai, devono essere le cinghie di trasmissione tra i cittadini, naturalmente e giustamente turbati e confusi dalla tempesta che ci ha investito, e il governo, che proprio perché è tecnico ha bisogno di sostegno politico. Sostegno che si manifesta nei consigli per orientarsi, nel riportargli le giuste istanze raccolte dai partiti, ma soprattutto nell’agire nella direzione contraria, cioè dal governo verso i cittadini, contribuendo a spiegare, a sostenere (non necessariamente a scatola chiusa), a chiarire gli obiettivi per un bene migliore e comune che si deve intravedere alla fine dei sacrifici. I partiti che si sapranno assumere questa responsabilità, questo ruolo di mediazione e rappresentanza che gli è proprio, quei partiti segneranno il nuovo inizio, saranno protagonisti della nuova politica e avranno credito e credibilità per raccogliere un consenso solido dei cittadini. Gli altri avranno due opzioni: essere subito spazzati via da un’auspicabile ondata di serietà e responsabilità, oppure raccogliere un enorme consenso umorale “contro”, e poi andare a fondo con tutto il Paese.

lunedì 12 dicembre 2011

Si può dire "Buon Natale"?

Che cos'è il Natale? Il presepe nelle scuole, le recite dei bambini, l’albero nei palazzi, le luminarie per strada, i regali, le cene. E poi ci sono i crocefissi nelle aule. Argomenti quanto mai discussi. In nome della "laicità". Via il cristianesimo dalle feste, via ciò che indica una specificità, e come tale rischia di apparire come prevaricazione di chi non si riconosce in quelle realtà. Auguri per le feste, per la stagione, per le luci e perfino per l'inverno, ma non per Natale. Via il presepe, canzoni di Natale epurate di ogni riferimento al festeggiato. Un ragionamento che sembra non fare una piega. Quindi sarebbe giusto portarlo fino in fondo.
Il Natale esiste perché ricorda la nascita duemila anni fa nella cittadina di Betlemme di un preciso bambino, che secondo moltissime persone è Dio che si è fatto uomo. Per questo il Natale è importante. Lecito non crederlo, essere coerenti significa non festeggiarlo. Niente più feste di Natale, quindi, ma giorni di lavoro come tutti gli altri. E lo stesso per le altre feste religiose. L’Epifania, ad esempio, la Pasqua, senza dubbio, l’Immacolata, Ferragosto-Assunzione, i santi patroni.
E non si tirino in ballo presunti precedenti pagani, celtici o chissà che altro. Perché vale lo stesso discorso: se non si festeggiano le feste cristiane, nessuna vacanza neanche per quelle di qualsiasi altro culto o realtà, anche civile, se è per questo. Come, ovviamente, basta con il contare gli anni a partire, guarda caso, dal Natale. Niente più Capodanno, che rispecchia comunque una specifica cultura, niente più anni contati a partire da una data. Da una qualsiasi data: non basterebbe sostituire l’anno 1 con un altro anno 1, comunque arbitrario e quindi sospetto di prevaricazione. E per essere davvero seri, basta con l'alzarsi tardi la domenica, il giorno del Signore. Retaggio cristiano all’interno della settimana, che è di origine giudaico-cristiana ma con molti giorni dai nomi pagani, come anche i mesi. Si lavori anche la domenica, e basta contare il tempo in questo modo. Niente più feste, solo qualche giorno di ferie.
E se questo senso di laicismo è davvero serio e coerente, non deve temere di guardare in faccia a nessuno. Non ci può essere identità specifica che non evochi una differenza dalle altre identità. Quindi un mondo davvero "rispettoso" non darebbe un nome alle città, per non evocare ricordi che a qualcuno spiacciano o per non offendere magari alcuni cittadini che non apprezzano quel nome. E quanto più vale il discorso per il nome delle strade, intitolate a luoghi, eventi o persone che qualcuno ha stabilito essere importanti per qualcuno. Più onesto non turbare la sensibilità di nessuno. Si potrebbe pensare di dire ad esempio «la strada sotto la quercia», ma poi siamo sicuri che alla quercia piaccia essere chiamata così?
E già, perché l’attribuzione di nomi è un bel problema. Soprattutto nelle scienze. Chi dà il diritto, che so, di denominare le stelle? E se ci fossero mondi abitati i cui residenti non gradiscono? Un bel problema, lo studio. Si pensi all’arte. Forse per essere davvero rispettosi bisognerebbe abolire dai programmi di arte ciò che riguarda il cristianesimo, e non solo. Qualche Michelangelo, qualche Giotto, qualche cattedrale da far sparire. Ma anche le piramidi e i templi e tutto il resto. E poi la storia: la Resistenza, il Risorgimento, Roma e tutto il resto. Perché studiarli? È una scelta, e come tale va a discapito di altre, impone una linea rispetto alle infinite sensibilità possibili. Un’offesa non solo per chi non è nato in Italia (perché Italia?) ma anche per chi vi è radicato da generazioni, ma magari non apprezza questo o quello. E sì, perché poi questo è il nocciolo del problema della scuola: la scuola insegna, quindi impone. E consegna una tradizione, trasmette una cultura ricevuta. Somma ingiuria. Coerenza lo impone: basta con i pesi offensivi del passato, la cultura, la tradizione.
Un bel foglio bianco, vuoto. Ecco il mondo perfetto. Secondo alcuni.
Buon Natale.

domenica 11 dicembre 2011

L'Italia sempre più provinciale ai margini del mondo globale. Chiude Rai Internazionale

Il mondo si apre. L’Italia chiude. La comunicazione è forza, potere. L’informazione è tutto. Con essa si combattono gli scontri di oggi, si affermano le culture, si posiziona il proprio Paese sullo scacchiere mondiale. Tutti gli Stati si affannano a creare canali di informazione per l’estero, per diffondere il proprio punto di vista nel mondo. La comunicazione della propria identità verso l’estero è la chiave di molti successi, anche economici e commerciali. La diffusione della propria lingua è uno strumento di affermazione molto importante, facilita le relazioni, dà protagonismo. Coltivare le proprie comunità di connazionali all’estero permette di avere una rete internazionale vitale e molto capace di affermare la cultura, l’identità, il punto di vista e anche la simpatia nazionale diritti nel cuore dei Paesi dove vivono. Un elemento importante di tutto questo sono gli strumenti di comunicazione destinati all’estero. La tv, la radio. Non è il caso qui di ricordare il potere antico e moderno del quarto potere. Ricordare Cnn, Fox, Bbc, ma anche al-Jazira e tutto il resto. In questo contesto che fa l’Italia? Chiude la sua rete di questo tipo, Rai Internazionale. Certo, Rai Internazionale ha risentito del sistema carrozzone della Rai. Ha funzionato forse poco e male. D’altro canto si è investito poco (e male), non solo in denaro ma anche impegno, intensità, creatività. Non ci hanno creduto. Non hanno creduto che l’Italia potesse uscire dal suo ruolo provinciale. Certo, ora è tempo di tagli, c’è una crisi vera. Non possiamo più permetterci di sprecare soldi. E una Rai Internazionale inutile è uno spreco. Ma forse ora più che mai sarebbe invece il momento di rovesciare l’approccio. Forse proprio ora per essere all’altezza della competizione internazionale, per mettere le basi di elementi di crescita economica sullo scenario globale, forse è il caso di puntare su uno strumento di proiezione internazionale dell’Italia. Su Rai Internazionale c’è bisogno di rimboccarsi le maniche, non di chiudere il 31 dicembre.

Prendo in prestito dal mio amico Marco:
Pakistan, Giappone, Cile, Turchia, Russia, Venezuela, Australia, Olanda, Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia, Taiwan, Marocco, Indonesia, Israele, Malesia, Mongolia, Filippine, Nigeria, Tunisia, Corea del Nord, Corea del Sud, Azerbaijan, Belgio, Grecia, Gran Bretagna, Francia, Austria, Germania, Portogallo, Canada, Iran, Cina, Polonia, Serbia, Svezia, Svizzera, Ucraina, Argentina, Brasile, USA, Nuova Zelanda, Bosnia Erzegovina, Finlandia, Cuba, Brunei, Myanmar.
Sono solo alcune delle nazioni che hanno un canale pubblico radio-televisivo internazionale, cioè con una programmazione specifica dedicata all'estero. Dal 31 dicembre 2011, con la chiusura di Rai Internazionale, l'Italia non farà più parte di questo elenco di paesi. Ne deduco che abbiamo meno cose da dire al mondo, via radio o via televisione, di quante ne abbia il Brunei. E che abbiamo meno connazionali all'estero da raggiungere di quanti ne abbiano l'Austria o la Nuova Zelanda.

venerdì 2 dicembre 2011

Governo tecnico e buona comunicazione. E i partiti tornino a fare politica, che vuol dire costruire il consenso invece di inseguirlo

È stato notato il radicale mutamento nello stile di comunicazione di questo governo rispetto ai lustri più recenti. È una questione che investe con evidenza l’istituzione governo, in confronto coi precedenti, ma il segno del marcato cambiamento va ben oltre, in quanto è fortemente percepibile come sia cambiato l’ambiente della comunicazione, lo stile di tv e giornali. Niente più lustrini e fuochi d’artificio, ma molta, molta sobrietà. È un buon segnale, il simbolo più evidente di quello che auspichiamo possa essere un più profondo cambiamento sociale all’insegna della serietà e della responsabilità. È un cammino lungo e faticoso e pieno di incertezze, ma è un buon cammino.
Però deve essere chiaro che il silenzio non equivale alla soluzione di una comunicazione migliore. Comunicare meglio, con più sobrietà e serietà, è l’obiettivo. Ma è necessario comunicare. Ben venga quindi la presenza del presidente Monti in tv. La rinuncia alla perniciosa politica degli annunci e della propaganda non vuol dire smettere di comunicare. E non basta neanche pretendere di comunicare con i fatti. Primo, perché i fatti di questo governo avranno bisogno di tempo per manifestare gli effetti positivi. Secondo perché comunicare vuol dire mettersi in sintonia con chi deve ricevere il messaggio, significa farsi capire, non arroccarsi e pretendere che il ricevente decodifichi un messaggio che non è adeguato a lui. Questo è il rischio di questo governo di tecnici e professori che potrebbe pensare di non avere bisogno del consenso. Al contrario, ne ha molto bisogno. Deve parlare con la gente, deve fargli capire quali misure vengono prese e perché, deve  provvedere a spiegare bene che i sacrifici sono necessari in vista di un miglioramento e in contrapposizione al rischio serio di un peggioramento. Deve trovare il modo di dire la verità, e di farla digerire. Non può stare arroccato.
Anche in questo i partiti devono aiutare il governo. Prima di tutto devono smetterla di nascondersi dietro un dito, di approfittare del governo tecnico per scaricargli tutte le responsabilità e rifarsi una verginità elettorale. È il tempo dell’assunzione della responsabilità, è il tempo di mettercela tutta per salvare il Paese, è il tempo nel quale bisogna essere orgogliosi di fare il proprio dovere – sia esso tecnico, politico o civico, ciascuno secondo i ruoli – per contribuire a rilanciare l’Italia. Il governo dev’essere la punta di diamante di quest’impresa, non l’elemento dietro cui mascherare le proprie impotenze. Ma non basta che i partiti si limitino a non ostacolare e contraddire la comunicazione del governo. Devono fare di più. Proprio per la loro responsabilità politica, per il loro ruolo di rappresentanza, per la loro presenza sul territorio nazionale, devono assumersi la responsabilità di cinghia di trasmissione del governo. Devono fare da tramite con i cittadini, assumersi in pieno la responsabilità di spiegare ai cittadini quanto sta avvenendo. Devono fare politica nel senso più pieno e nobile, devono dimostrare davvero di essere classe dirigente, cioè capace di guidare. La comunicazione politica finora è stata inseguire i sondaggi e cercare di capire cosa la gente voleva sentirsi dire, per guadagnare consenso. È tempo di tornare a costruire il consenso, che è cosa diversa e investe la propria responsabilità. Significa smetterla di far la gente contenta e imbrogliata, e piuttosto ricominciare a indicare mete che vale la pena di raggiungere ma che richiedono l’impegno di tutti. Bisogna aggregare i cittadini intorno a impegni e obiettivi, non solo con promesse a vanvera.

mercoledì 30 novembre 2011

Perché non temo i partiti islamici. Ma posso temere la nostra debolezza.

Anche in Egitto come in Marocco e Tunisia i partiti islamici vincono le elezioni. Era successo anche in Iraq e prima ancora in Turchia. Quando il voto è libero, a volte per la prima volta in assoluto nella storia, i partiti di ispirazione cosiddetta religiosa, fino ad allora emarginati se non perseguitati, vincono. Ben venga, dico io. E' normale. Semplicemente questo vuol dire che quando possono scegliere, tanto più dopo decenni di oppressione o almeno di illiberalità, i cittadini scelgono di rimettere in pista i loro valori più profondi. Certo, non tutte le religioni sono uguali, non tutte le interpretazioni politiche sono garanti di libertà e rispetto dei diritti. Ma non è questo il punto. La democrazia non nasce con un click. C'è da fare un cammino. Noi occidentali dobbiamo vigilare sugli sviluppi delle democrazie più giovani, ma più ancora sono interessati a vigilare gli stessi cittadini che ora vanno al voto. Non c'è nulla di strano che questi stessi cittadini ritornino ad elementi basilari della propria cultura. Ai principi base, sia immanenti che trascendenti. Anche perché dopo tanti anni di assenza della democrazia è anche difficile che si sia formato uno o più  pensieri politici  di massa capaci di organizzarsi in strutture adatte a vincere le elezioni. Con principi che invece stanno nel sangue della gente anche a prescindere dalla politica, anche nel prepolitico, è più facile e naturale ritrovare pronta una piattaforma politica-elettorale valida, coerente e rassicurante. In realtà più ancora che religiosa la questione è culturale: l'applicazione politica della religione è elemento controverso, sappiamo bene che nell'islam il confine è labile, ma sappiamo altrettanto bene che molte cose che vengono spacciate come islamiche sono a volte solo interpretazioni, altre volte addirittura elementi derivanti dalle culture locali e non dalla religione.
Quindi quello che vorrei dire è di non cadere nelle trappole di un certo laicismo militante che pervade l'Europa e si espande senza capacità interpretative anche su aree ben diverse dalle nostre. Se il laicismo è un'ideologia dogmatica che mal comprende le realtà europee e ha pretese di imporsi, tanto meno vale per il Medio Oriente. A partire dal fatto che molti partiti islamici non sono "cattivi" come sembrano, ma semplicemente leggono la loro realtà alla luce del loro impianto culturale che come detto non è opprimente verso i propri cittadini ma al contrario spesso li rappresenta. Molti di quei partiti hanno "pulsioni" fortemente democratiche e rispettose, e se esistono (e preoccupano) le opposte pulsioni fondamentaliste, è altrettanto pericoloso impedire a un popolo di svilupparsi secondo i suoi propri elementi culturali. Naturalmente bisogna vigilare sul rispetto di diritti fondamentali, bisogna prevenire involuzioni, bisogna collaborare con le realtà locali per sviluppare tutti gli elementi necessari a una vera mentalità democratica (dall'informazione all'istruzione, non bastano le elezioni). Bisogna portare quelle società e quei partiti (che le elezioni dimostrano essere i più rappresentativi nella società) nell'alveo delle regole e del rispetto dei diritti. Ci vuole tempo. Bisogna prenderselo e perseguire gli obiettivi con tenacia, ma dividere il mondo in buoni e cattivi e strapparsi i capelli perché democraticamente hanno vinto quelli che non ci piacciono o ci piacciono meno non aiuta la democrazia ma la spinge in un angolo rafforzando i suoi nemici. Più che mettere al bando interi movimenti politici molto rappresentativi, dovremmo saper discriminare con serietà in base al rispetto di diritti specifici.
E poi un'ultima riflessione: perché non ci piacciono questi partiti? In parte, lo abbiamo già detto, perché non li conosciamo e ne abbiamo una versione caricaturale, per cui per evitare la fatica di comprendere la realtà e di approfondire un contesto culturale diverso dal nostro è più facile generalizzare. Ma allo stesso tempo non si può negare che esistano princìpi che noi non condividiamo e non possiamo condividere, anche al di là del rispetto di culture e sensibilità diverse. E questo spesso più che indignarci per quanto accade laggiù ci spaventa per quanto potrebbe accadere da noi. Ma questi timori sono un segno di debolezza e mostrano forse la fragilità della nostra sponda. Se infatti siamo davvero convinti che i nostri princìpi sono migliori degli altri (e in certi casi io ne sono convinto, non mascheriamoci), allora dobbiamo anche aver fiducia che questi valori possano vincere sui impostazioni più oppressive, false e dannose. Anzi, che i valori buoni, se ben testimoniati, tendano naturalmente ad espandersi conquistando le aree dove non è più la forza a imporre disvalori di stato. Non è facile, ma è tendenzialmente naturale. Se siamo saldi noi. Sono loro quindi che devono "temere" la forza dei nostri valori, inevitabilmente destinati a prevalere in uno sviluppo di confronto sereno. Non siamo noi a doverci sentire minacciati. A meno che non siamo noi stessi a sentirci in realtà deboli e poco convinti. Sia culturalmente che religiosamente. Ecco, questo è un altro tema, e pur partendo da loro e dai loro partiti, in realtà riguarda noi e le nostre coscienze.