Anche in Egitto come in Marocco e Tunisia i partiti islamici vincono le elezioni. Era successo anche in Iraq e prima ancora in Turchia. Quando il voto è libero, a volte per la prima volta in assoluto nella storia, i partiti di ispirazione cosiddetta religiosa, fino ad allora emarginati se non perseguitati, vincono. Ben venga, dico io. E' normale. Semplicemente questo vuol dire che quando possono scegliere, tanto più dopo decenni di oppressione o almeno di illiberalità, i cittadini scelgono di rimettere in pista i loro valori più profondi. Certo, non tutte le religioni sono uguali, non tutte le interpretazioni politiche sono garanti di libertà e rispetto dei diritti. Ma non è questo il punto. La democrazia non nasce con un click. C'è da fare un cammino. Noi occidentali dobbiamo vigilare sugli sviluppi delle democrazie più giovani, ma più ancora sono interessati a vigilare gli stessi cittadini che ora vanno al voto. Non c'è nulla di strano che questi stessi cittadini ritornino ad elementi basilari della propria cultura. Ai principi base, sia immanenti che trascendenti. Anche perché dopo tanti anni di assenza della democrazia è anche difficile che si sia formato uno o più pensieri politici di massa capaci di organizzarsi in strutture adatte a vincere le elezioni. Con principi che invece stanno nel sangue della gente anche a prescindere dalla politica, anche nel prepolitico, è più facile e naturale ritrovare pronta una piattaforma politica-elettorale valida, coerente e rassicurante. In realtà più ancora che religiosa la questione è culturale: l'applicazione politica della religione è elemento controverso, sappiamo bene che nell'islam il confine è labile, ma sappiamo altrettanto bene che molte cose che vengono spacciate come islamiche sono a volte solo interpretazioni, altre volte addirittura elementi derivanti dalle culture locali e non dalla religione.
Quindi quello che vorrei dire è di non cadere nelle trappole di un certo laicismo militante che pervade l'Europa e si espande senza capacità interpretative anche su aree ben diverse dalle nostre. Se il laicismo è un'ideologia dogmatica che mal comprende le realtà europee e ha pretese di imporsi, tanto meno vale per il Medio Oriente. A partire dal fatto che molti partiti islamici non sono "cattivi" come sembrano, ma semplicemente leggono la loro realtà alla luce del loro impianto culturale che come detto non è opprimente verso i propri cittadini ma al contrario spesso li rappresenta. Molti di quei partiti hanno "pulsioni" fortemente democratiche e rispettose, e se esistono (e preoccupano) le opposte pulsioni fondamentaliste, è altrettanto pericoloso impedire a un popolo di svilupparsi secondo i suoi propri elementi culturali. Naturalmente bisogna vigilare sul rispetto di diritti fondamentali, bisogna prevenire involuzioni, bisogna collaborare con le realtà locali per sviluppare tutti gli elementi necessari a una vera mentalità democratica (dall'informazione all'istruzione, non bastano le elezioni). Bisogna portare quelle società e quei partiti (che le elezioni dimostrano essere i più rappresentativi nella società) nell'alveo delle regole e del rispetto dei diritti. Ci vuole tempo. Bisogna prenderselo e perseguire gli obiettivi con tenacia, ma dividere il mondo in buoni e cattivi e strapparsi i capelli perché democraticamente hanno vinto quelli che non ci piacciono o ci piacciono meno non aiuta la democrazia ma la spinge in un angolo rafforzando i suoi nemici. Più che mettere al bando interi movimenti politici molto rappresentativi, dovremmo saper discriminare con serietà in base al rispetto di diritti specifici.
E poi un'ultima riflessione: perché non ci piacciono questi partiti? In parte, lo abbiamo già detto, perché non li conosciamo e ne abbiamo una versione caricaturale, per cui per evitare la fatica di comprendere la realtà e di approfondire un contesto culturale diverso dal nostro è più facile generalizzare. Ma allo stesso tempo non si può negare che esistano princìpi che noi non condividiamo e non possiamo condividere, anche al di là del rispetto di culture e sensibilità diverse. E questo spesso più che indignarci per quanto accade laggiù ci spaventa per quanto potrebbe accadere da noi. Ma questi timori sono un segno di debolezza e mostrano forse la fragilità della nostra sponda. Se infatti siamo davvero convinti che i nostri princìpi sono migliori degli altri (e in certi casi io ne sono convinto, non mascheriamoci), allora dobbiamo anche aver fiducia che questi valori possano vincere sui impostazioni più oppressive, false e dannose. Anzi, che i valori buoni, se ben testimoniati, tendano naturalmente ad espandersi conquistando le aree dove non è più la forza a imporre disvalori di stato. Non è facile, ma è tendenzialmente naturale. Se siamo saldi noi. Sono loro quindi che devono "temere" la forza dei nostri valori, inevitabilmente destinati a prevalere in uno sviluppo di confronto sereno. Non siamo noi a doverci sentire minacciati. A meno che non siamo noi stessi a sentirci in realtà deboli e poco convinti. Sia culturalmente che religiosamente. Ecco, questo è un altro tema, e pur partendo da loro e dai loro partiti, in realtà riguarda noi e le nostre coscienze.
La verità vi farà liberi (Gv.8,32). Liberi e forti (don Sturzo). Il nostro mondo ha bisogno di un'inversione a U. Ma di un'inversione che sia conversione. Conversione del cuore. Conversione alla verità. Per essere liberi. E poiché liberi, forti.
mercoledì 30 novembre 2011
giovedì 24 novembre 2011
Dopo il Carnevale la Quaresima. L'era dei sacrifici, "rendere sacro".
Il mondo sta cambiando, sta cambiando più vicino a noi la politica italiana. Il passaggio al governo Monti da qualcuno è stato definito come il passaggio dal Carnevale alla Quaresima. Simpatica battuta la cui ironia, forse un po' anche denigratoria, coglie però proprio l'essenza di quanto auspicabilmente sta accadendo in Italia, e quello che dovrà accadere. Abbiamo vissuto un periodo di Carnevale. Non solo le carnevalate del berlusconismo, plateali. Ma a un livello socio-culturale più ampio il carnevale delle maschere, quello del non guardare in faccia la realtà. Di non prendere le cose sul serio. Di vivere al di sopra delle nostre possibilità. Di pensare a scherzare e a divertirsi invece che a costruire. Un periodo di dimenticanza della responsabilità. Vale per la politica, ma vale un po' èer tutti noi, e vale per tutto il mondo, almeno per quello che il Carnevale poteva permetterselo, l'Occidente opulento e chi ad esso si è potuto accodare. Un Carnevale che ha avuto il suo trionfo negli ultimi anni, nella finanza spericolata e nella politica spettacolo (e non solo la politica), ma che era già ben visibile negli anni Ottanta-Novanta, e che affonda le sue radici nel sessantottismo. Nell'apoteosi dell'ideologia dell'irresponsabilità e dell'individualismo, della distruzione dei valori, del senso di responsabilità, dell'autorità, della verità. Stiamo vivendo una crisi che paradossalmente è lo sviluppo e il frutto di qualcosa che pensava di essere nato per contrastare quello che invece ha causato. Certa finanza spericolata e anche Berlusconi sono i figli meglio riusciti di quella lotta senza tregua ai valori morali.
Dopo il Carnevale la Quaresima. Qualcuno vede questo passaggio con rassegnazione, con tristezza. Non è così per chi sa a cosa serva la Quaresima, quale sia il suo significato più profondo. La Quaresima è un periodo di preparazione. E' un periodo di riflessione, di recupero della propria interiorità, della propria identità più vera e profonda. E' un periodo in cui si medita sulla propria vita e si cerca di migliorarla. Di convertirsi. E' un periodo che è sì anche di penitenza, di sacrificio, di sobrietà, di astinenza, ma lo è per un obiettivo, per un miglioramento, per un premio finale molto più grande e desiderabile. Non è un periodo di sofferenza fine a se stessa, di rinuncia per mortificarsi. No, l'esito della Quaresima è la Pasqua di Resurrezione. Strano che non lo si riesca a capire in un mondo che è così fanatico dei sacrifici per le cose inutili (a quale categoria appartengono se non a questa le diete, il fitness, gli allenamenti, il mettersi in coda...) e poi non è capace di concentrare uno sforzo per le cose veramente importanti.
Questo deve riscoprire l'Italia e il mondo, per il nostro bene. La quaresima come periodo di ritorno alla responsabilità, al rimettere in carreggiata il veicolo della nostra storia che timonieri ubriachi avevano fatto deragliare. La Quaresima come periodo di sacrifici, dando a questa parola la connotazione originaria tutt'altro che negativa: sacer facere, rendere sacro. Dare un senso ai propri sforzi, al proprio impegno. Saper faticare, saper fare rinunce, ma per ripristinare prima la giustizia e poi il futuro. Perché il premio vale lo sforzo. Questa etica è quella che dobbiamo recuperare, in tutti i campi, nella nostra vita quotidiana, e anche a livello di nazione, di Europa, di mondo. La quaresima per riscoprire l'etica del sacrificio con la finalità di un obiettivo che valga la pena.
Dopo il Carnevale la Quaresima. Qualcuno vede questo passaggio con rassegnazione, con tristezza. Non è così per chi sa a cosa serva la Quaresima, quale sia il suo significato più profondo. La Quaresima è un periodo di preparazione. E' un periodo di riflessione, di recupero della propria interiorità, della propria identità più vera e profonda. E' un periodo in cui si medita sulla propria vita e si cerca di migliorarla. Di convertirsi. E' un periodo che è sì anche di penitenza, di sacrificio, di sobrietà, di astinenza, ma lo è per un obiettivo, per un miglioramento, per un premio finale molto più grande e desiderabile. Non è un periodo di sofferenza fine a se stessa, di rinuncia per mortificarsi. No, l'esito della Quaresima è la Pasqua di Resurrezione. Strano che non lo si riesca a capire in un mondo che è così fanatico dei sacrifici per le cose inutili (a quale categoria appartengono se non a questa le diete, il fitness, gli allenamenti, il mettersi in coda...) e poi non è capace di concentrare uno sforzo per le cose veramente importanti.
Questo deve riscoprire l'Italia e il mondo, per il nostro bene. La quaresima come periodo di ritorno alla responsabilità, al rimettere in carreggiata il veicolo della nostra storia che timonieri ubriachi avevano fatto deragliare. La Quaresima come periodo di sacrifici, dando a questa parola la connotazione originaria tutt'altro che negativa: sacer facere, rendere sacro. Dare un senso ai propri sforzi, al proprio impegno. Saper faticare, saper fare rinunce, ma per ripristinare prima la giustizia e poi il futuro. Perché il premio vale lo sforzo. Questa etica è quella che dobbiamo recuperare, in tutti i campi, nella nostra vita quotidiana, e anche a livello di nazione, di Europa, di mondo. La quaresima per riscoprire l'etica del sacrificio con la finalità di un obiettivo che valga la pena.
lunedì 14 novembre 2011
Il corvo. Calunnia, verità, ipocrisia, relazioni sociali
Abbiamo assistito a un bellissimo spettacolo teatrale della nostra amica Chiara. E' "Il Corvo", di James Valley. Niente a che vedere con il film e nemmeno con Poe. In scena al teatro Tor di Nona di Roma fino al 20 novembre (vale la pena, attori bravissimi, profitti in beneficenza, e storia appunto assai stimolante). La storia è quella di un piccolo paese della Francia degli anni 30 dove lettere anonime firmate dal Corvo rivelano gli scandali segreti veri, presunti e anche falsi di tutti gli abitanti. Facile immaginare come questo crei il caos, il clima di sospetto e di diffidenza, la frattura delle relazioni. Dal sindaco al parroco, dall'ospedale alla gente comune, tutti sono presi di mira. E poi subito scattano gli imitatori, per cui alle prime maldicenze ne seguono subito altre in stile simile (biglietti rossi) ma di mano di versa. si approfitta per regolare i conti, per divertirsi, per pazziare. La morale della piece è evidente: la condanna della calunnia che semina il male, ferisce le persone, disgrega la società. Messaggio forte e chiaro, sicuramente costruttivo e condivisibile.
Ma si può aggiungere un secondo livello di lettura. Infatti alcune delle accuse rivolte dal Corvo sono vere. Una riflessione più profonda fa pensare su come le relazioni sociali si basino su una certa dose di ipocrisia, di segreti, di cose nascoste. Certo, per non spingersi oltre il baratro del moralismo giacobino, bisogna subito mettere un punto fermo: il corvo e i suoi emuli hanno due difetti insuperabili, le loro denunce sono anonime e soprattutto mescolano verità e falsità, avvelenandole e quindi non dando un contributo alla verità. A volte poi anche quando dicono il vero lo dicono da un punto di vista parziale e deformato per cui cambiano il senso delle azioni. Quindi, per essere chiari, la morale finale della piece non va toccata: la condanna della calunnia come forza insidiosa e disgregante ha tutto il suo pieno valore. Però resta il fatto che la comunità del paese, come tutte le comunità umane, viveva basandosi su una forte radice di non verità, e in qualche modo proprio le lettere del corvo mettono in moto un meccanismo che alla fine porta alla verità e migliora quindi la qualità della vita stessa del paese e delle relazioni umane. Questo è il punto che mi fa riflettere: quanto sia necessaria una certa dose di ipocrisia nei rapporti umani, nelle relazioni sociali, anche per tutelare una riserva di vita di ciascuno. Ma se la verità è ciò che fonda una vita più vera, più profonda, più umana, non sarebbe meglio portare tutto alla luce? Nascondere la verità non è solo di chi ha qualcosa di cui vergognarsi? Eppure forse tutti abbiamo qualcosa da nascondere, qualcosa che in piena luce noi stessi faticheremmo a riconoscere come nostro. E pi viene da pensare ai giorni di oggi, ai tanti scandali, segreti, impicci che ogni tanto affiorano, anche se poi tornano nel mondo della penombra e dell'oscurità, essendo forse più minacciosi proprio perché giacciono lì, in uno strato di semiverità pendente come la spada di Damocle.
Eppure credo che davvero la verità meriti sempre una chanche, sia l'unica strada, l'unica soluzione. La verità ci farà liberi, essa è la via. quando emerge è salvifica anche quando brucia. Ma con una riserva fondamentale: la prima verità è che dobbiamo riconoscerci creature, limitati, deboli. La verità è più grande di noi. Quindi è giusto perseguire la verità. E' giusto augurarci che tutto, anche i rapporti sociali, siano animati dalla verità più che dalla ipocrisia. Ma nessuno di noi possiede la verità. Nessuno la conosce tutta intera. Quindi nessuno può proclamarsi giustiziere della verità. Servitore della verità, quello sì, e meglio se della Verità con la maiuscola, quella che non a caso non è mai disgiunta dall'amore e dal senso del limite. Quella di Colui che oltre ad essere Verità è anche Via e Vita. Questo ci aiuta a capire come dobbiamo vivere alla luce, dobbiamo cercare la verità, ma non dobbiamo cadere nella tentazione di violare quella riserva di umano che è lo spazio in cui ciascuno di noi può maturare la sua storia. Meno ipocrisia possibile nei rapporti sociali, ma anche un cuore abbastanza grande da reggere al contempo la verità e il rispetto degli spazi altrui, l'accettazione del fatto che la verità ha un unico Volto, ma nella dimensione umana ha anche molte sfaccettature che nessuna di noi creature finite può cogliere per intero.
Niente corvi, quindi, per denunciare i segreti degli altri, ma solo il necessario sforzo di ciascuno di noi di essere più veri nel proprio cuore, e di servire la verità senza nascondimenti, quando necessario. Auguriamoci quindi più verità, molta più verità nella nostra vita, e nei nostri rapporti sociali. Bandiamo l'ipocrisia. Ma non cadiamo nella trappola di identificarci nella verità.
Ma si può aggiungere un secondo livello di lettura. Infatti alcune delle accuse rivolte dal Corvo sono vere. Una riflessione più profonda fa pensare su come le relazioni sociali si basino su una certa dose di ipocrisia, di segreti, di cose nascoste. Certo, per non spingersi oltre il baratro del moralismo giacobino, bisogna subito mettere un punto fermo: il corvo e i suoi emuli hanno due difetti insuperabili, le loro denunce sono anonime e soprattutto mescolano verità e falsità, avvelenandole e quindi non dando un contributo alla verità. A volte poi anche quando dicono il vero lo dicono da un punto di vista parziale e deformato per cui cambiano il senso delle azioni. Quindi, per essere chiari, la morale finale della piece non va toccata: la condanna della calunnia come forza insidiosa e disgregante ha tutto il suo pieno valore. Però resta il fatto che la comunità del paese, come tutte le comunità umane, viveva basandosi su una forte radice di non verità, e in qualche modo proprio le lettere del corvo mettono in moto un meccanismo che alla fine porta alla verità e migliora quindi la qualità della vita stessa del paese e delle relazioni umane. Questo è il punto che mi fa riflettere: quanto sia necessaria una certa dose di ipocrisia nei rapporti umani, nelle relazioni sociali, anche per tutelare una riserva di vita di ciascuno. Ma se la verità è ciò che fonda una vita più vera, più profonda, più umana, non sarebbe meglio portare tutto alla luce? Nascondere la verità non è solo di chi ha qualcosa di cui vergognarsi? Eppure forse tutti abbiamo qualcosa da nascondere, qualcosa che in piena luce noi stessi faticheremmo a riconoscere come nostro. E pi viene da pensare ai giorni di oggi, ai tanti scandali, segreti, impicci che ogni tanto affiorano, anche se poi tornano nel mondo della penombra e dell'oscurità, essendo forse più minacciosi proprio perché giacciono lì, in uno strato di semiverità pendente come la spada di Damocle.
Eppure credo che davvero la verità meriti sempre una chanche, sia l'unica strada, l'unica soluzione. La verità ci farà liberi, essa è la via. quando emerge è salvifica anche quando brucia. Ma con una riserva fondamentale: la prima verità è che dobbiamo riconoscerci creature, limitati, deboli. La verità è più grande di noi. Quindi è giusto perseguire la verità. E' giusto augurarci che tutto, anche i rapporti sociali, siano animati dalla verità più che dalla ipocrisia. Ma nessuno di noi possiede la verità. Nessuno la conosce tutta intera. Quindi nessuno può proclamarsi giustiziere della verità. Servitore della verità, quello sì, e meglio se della Verità con la maiuscola, quella che non a caso non è mai disgiunta dall'amore e dal senso del limite. Quella di Colui che oltre ad essere Verità è anche Via e Vita. Questo ci aiuta a capire come dobbiamo vivere alla luce, dobbiamo cercare la verità, ma non dobbiamo cadere nella tentazione di violare quella riserva di umano che è lo spazio in cui ciascuno di noi può maturare la sua storia. Meno ipocrisia possibile nei rapporti sociali, ma anche un cuore abbastanza grande da reggere al contempo la verità e il rispetto degli spazi altrui, l'accettazione del fatto che la verità ha un unico Volto, ma nella dimensione umana ha anche molte sfaccettature che nessuna di noi creature finite può cogliere per intero.
Niente corvi, quindi, per denunciare i segreti degli altri, ma solo il necessario sforzo di ciascuno di noi di essere più veri nel proprio cuore, e di servire la verità senza nascondimenti, quando necessario. Auguriamoci quindi più verità, molta più verità nella nostra vita, e nei nostri rapporti sociali. Bandiamo l'ipocrisia. Ma non cadiamo nella trappola di identificarci nella verità.
giovedì 3 novembre 2011
Finalmente ricominciano i reality in tv
Finalmente ricomincia la stagione dei reality in tv. Ne sentivamo la mancanza. Case, isole, fattori, pupe, stelle e quant’altro finalmente riprenderanno il posto che spetta loro. Chissà se ci aiuteranno a lasciarci alle spalle lo spettacolo degli altri reality che ci hanno tormentato: i reality dello spread e delle borse mentre la vera crisi economica è qella che morde ciascuna delle nostre famiglie; i reality dell’orrore che ogni estate ci vengono propinati senza mai chiedersi perché sia diventato tanto facile assistere a violenza tanto feroce; i reality delle case, delle escort, degli scambi di favori, dei linciaggi mediatici che hanno preso il posto della politica; dello scambio continuo di accuse e minacce, di paure e di finte fiducie che vedono protagonisti i signori di questo bipolarismo fazioso e lacerante, mentre il paese soffre e nessuno fa nulla; i reality del disfacimento quotidiano dei grandi partiti, tra liti , distinguo e personalismi; i reality dei falsi scandali che ci vengono propinati e poi improvvisamente nascosti, lasciandoci il sospetto di essere manipolati; i reality della corruzione sempre più diffusa, dove si vede un manipolo di soliti noti arricchirsi sulle spalle della gente per bene; le telenovelas sulle vite sbrillucicanti di presunti vip che sulle copertine sembrano sempre felici e invece non valgono nulla. E così via.
Ma un difetto ce l’hanno anche i reality televisivi, un difetto che forse si può migliorare: dopo tanto sforzo per selezionare quei particolari soggetti che danno tale mostra di sé davanti alle telecamere, perché sprecare tutta questa fatica facendoli poi uscire? Non sarebbe meglio chiuderli in casa, lasciarli sull’isola? Perché se il mondo fuori sembra farci schifo (ma chissà che se guardiamo dentro di noi non scopriamo un mondo reale che può essere assai migliore), certo il modello non sono quegli istrioni chiusi dentro la scatola della tv. Possiamo farne a meno.
lunedì 31 ottobre 2011
Obiezioni e riflessioni su Todi, parte seconda
E finalmente eccomi qui a provare a mantenere la promessa di riportare e commentare le riflessioni fatte con gli amici su Todi. C'erano state diverse obiezioni, ragionevoli e diffuse, ma che a mio avviso hanno senso se sono prese come stimolo per fare dei progressi su un cammino giusto e inevitabile, quello del comune impegno dei cattolici anche nell'ambito socio-politico (e non solo socio-assistenziale).
Procediamo per flash.
L'obiezione più forte e articolata è quella che va alla radice, negando che serva un impegno maggiore e più coordinato dei cattolici in politica. Secondo chi la sostiene il ruolo svolto finora dai cattolici nella politica e nella società è ottimale, ha ottenuto buoni risultati, e qualunque forma di maggior coinvolgimento comporterebbe dei passi indietro, un indebolimento e forse una ghettizzazione. A titolo di esempio vengono riportati come grandi successi dei cattolici in questi anni la Legge 40 e la vittoria nel successivo referendum, la legge sul biotestamento (che pur non ancora definitivamente approvata avrebbe già avuto l'effetto di prevenire altri casi-Eluana da parte della magistratura), lo stop ai riconoscimenti delle coppie omosessuali (Dico e company). Allo stesso tempo si mette in evidenza come i cattolici siano quasi per natura costantemente divisi, e che comunque non esista una via cattolica ad affrontare la maggior parte dei problemi della vita socio-politica-economica, per cui quel che conta è solo l'unione in difesa dei valori non negoziabili. Ragionamento che è palesemente ben fondato e radicato nella storia degli ultimi anni, ma che non mi convince molto. Non mi ha convinto fino adesso, figuriamoci per quel che riguarda il prossimo futuro, che tutti prevedono assai diverso. Certo, il rischio di una contrapposizione ghettizzante c'è, tutti da una parte quelli che la pensano in un modo, e tutti dall'altra gli avversari. Non ci vedrei niente di male, ma non si può negare che comporti un rischio strategico: finché vinci hai il pieno controllo, ma se per caso perdi rischi che la controparte mette in attuazione un programma sistematicamente nemico dei valori in cui crediamo. Un po' il modello Zapatero. E' un calcolo da fare, una problematica da tenere in considerazione. Così come non va certo sminuito il lavoro di difesa dei valori che è stato fatto con tanta fatica in questi ultimi anni, nonostante un clima ostile a livello di media e apparentemente di opinione pubblica. Ma è proprio qua il punto. Lo scontro più acceso con chi difendeva questa posizione è avvenuta sull'interpretazione di certe parole calcistiche. Mi perdonerete se lo ripeto senza voler dare alle parole più peso di quel che abbiano, ma per provare a spiegare le visioni che ci sono dietro (almeno la mia). Per me la tattica dei cattolici in questi anni di bipolarismo è stata catenacciara, abbiamo giocato molto in difesa, ottenendo senz'altro dei risultati ma arretrando il nostro baricentro e lasciando l'iniziativa agli avversari, e secondo me se giochi sempre in difesa con un avversario dai mezzi più potenti prima o poi un gol lo prendi. Certo, in Italia il catenaccio ha sempre reso molto, e non dite a Trapattoni che io lo vedo come uno strumento perdente... però fatemi sviluppare il mio ragionamento. Chi mi si contrapponeva nel dibattito, per altro, non difendeva il catenaccio, ma diceva che questi sono stati anni arrembanti, all'attacco, dove promuovere e ottenere cose come la legge 40 e quella sul biotestamento sono segni di un atteggiamento giocato all'attacco e vincente (chi le ha fatte le leggi, mi fanno notare, e chi le ha portate a casa?). Aggiungono polemicamente che non è certo detto che gli stessi risultati si otterrebbero con un partito cattolico (ai tempi della DC, ricordano, furono approvati divorzio e aborto), e con una punta di veleno sostengono che a Todi di valori non negoziabili non si è parlato (lo dicono loro) perché i convenuti sono prontissimi a negoziarli con la sinistra in cambio di potere. Ribadisco, obiezioni valide e fondate, che solo il tempo dirà se si confermeranno. Ma io la vedo diversamente. E forse non solo io. Vorrei guardarmi dal
tirare in ballo più alte autorità a difesa delle mie idee, ma con il debito rispetto e l'attenzione alla possibilità di interpretazioni diverse non posso qui non notare che da alcuni anni il Papa e la Cei non fanno che ripetere l'appello a una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Cioè rimarcano la necessità che i cattolici tornino ad impegnarsi generosamente anche in questo campo. Evidentemente per invertire una tendenza che non deve dare piena soddisfazione, altrimenti si lascerebbe andare le cose come stanno. Si sente invece l'esigenza di alti appelli per cambiare queste cose, che quindi non sono da difendere a priori. Secondo me, infatti, il lodevole impegno di uomini politici cattolici sparsi per i vari schieramenti finora ha potuto solo limitarsi sulla difensiva, e non sempre con pieno successo. A me sembra che nel PD, per parlare esplicitamente di elementi politici, con la promessa poi di lasciarli, l'elemento cattolico è stato abbastanza emarginato, come per altro dimostra la costante migrazione ad altri lidi di numerosi esponenti cattolici. Nel PDL vale un discorso diverso ma equivalente nella sostanza: il centrodestra a parole ha un atteggiamento di condivisione e difesa dei valori tradizionali cattolici senza le complicanze che esistono a sinistra, ed è altrettanto evidente che senza il centro-destra quelle leggi sopra citate non avrebbero mai visto la luce. Ma è altrettanto evidente che a tante parole sono seguiti pochi fatti, e questo lo dicono per primi gli esponenti del PDL. Inoltre nella linea politica del PDL l'incidenza dei cattolici appare a molti irrilevante. Sia a destra che a sinistra, comunque, mi sembra che i cattolici manifestino una certa subordinazione alle linee politiche prevalenti, e pongano la loro autonoma e specifica azione politica al di sotto di elementi di fedeltà allo schieramento politico cui appartengono. Questo atteggiamento (che in tutta onestà si trova presente seppur in forme e quantità diverse in ogni partito della seconda repubblica, compresi il centro e la Lega, ad esempio), mette il pensiero cattolico e le loro scelte politiche in secondo piano rispetto ad altri indirizzi del pensiero. Per altro la cosa non mi stupisce, in quanto a mio avviso è esattamente la stessa cosa che avviene nella società. Inevitabile quindi che sia in politica che nella pubblica opinione certe posizioni cattoliche, anche quando vincenti, appaiano come battaglie di retroguardia. E come tali, a mio avviso, destinate inevitabilmente a erodersi e quindi a preparare sconfitte future. E' esattamente questo che intendo quando dico che i cattolici hanno giocato in difesa: certo, sono state vinte delle battaglie, ma il fronte di guerra è in arretramento. Se ci si limita a raccogliere le forze per dire no su temi senz'altro fondamentali e indiscutibili, questo no verrà sempre meno compreso e avrà sempre meno la forza di raccogliere consensi tali da permettere di vincere. Certo, giocare in campo aperto è rischioso, ma l'obiettivo deve essere quello di spiegare le valide ragioni dei sì più veri e profondi, tali da giustificare ampiamente i no che non sono a priori ma frutto di scelte ben precise e positive, direi addirittura convenienti, frutto di una visione dell'uomo e della società che accresce il bene comune. Altro che ridurre gli spazi dei diritti. Questo io intendo per giocare all'attacco, e per fare questo ci vuole una squadra consapevole dei propri mezzi, che faccia gioco di squadra, e che sia in grado di dettare l'agenda dei temi. Ecco, questo è il punto: nella seconda repubblica (specie nella seconda parte, non dimentichiamo che alcuni successi citati risalgono infatti a qualche anno addietro) l'agenda delle tematiche è aggressivamente proposta da realtà ben diverse dal mondo cattolico, che nelle migliori delle ipotesi è riuscito a rintuzzare gli attacchi. Ma non è mai riuscito a imporre all'attenzione della società i suoi temi come prioritari. Esempio eclatante è la famiglia: nonostante i meritori sforzi di alcuni, il mondo cattolico non ha certo ottenuto che questo fosse il tema centrale del dibattito pubblico e dell'azione politica. Molti ne parlano e fanno promesse, ma il tema è del tutto marginale nei fatti, anzi è addirittura penalizzato dalle crisi. Altri hanno portato temi come fecondazione assistita, coppie di fatto e omosessuali, eutanasia, omofobia: su questo per ora la linea ha (faticosamente) resistito, ma sono sempre stati altri a scegliere il campo di battaglia, mente gli alleati hanno acconsentito a difendere (senza entusiasmo) questi principi, in cambio però di ben consistente sostegno alle cose di loro interesse. E poi, è vero che non esiste un modo cattolico di aggiustare i tombini, ma certo esiste un pensiero sociale coerente cristiano che peraltro è condiviso da molti non cristiani proprio perché non è un aspetto confessionale e settario ma è una visione sul mondo e sull'uomo, è una proposta di società, ed è qualcosa che si basa su solide radici anche logiche che sono quelle che vanno spiegate e anche propagandate. Quindi non c'è nulla di male che i cristiani si confrontino prioritariamente tra loro per avere progetti da proporre agli altri. Non dovranno essere tutti d'accordo necessariamente anche sugli aspetti non essenziali alla fede, ma certo è più probabile che dalla comune fede ed esperienza di vita scaturisca una visione simile. E qui torna il discorso della capacità propulsiva nella società, favorita certo dalla condivisione se non proprio dall'unità: capacità propulsiva nell'opinione pubblica (un aspetto della nuova evangelizzazione), nella società, e anche in politica che è l'ambito dedicato a fare queste scelte di indirizzo, orientamento e regolamentazione della società perché diventi possibile realizzare queste visioni. Non dovranno necessariamente convivere tutti all'interno di un unico partito confessionale, ma certo non potrà considerarsi uno scandalo se anche in politica persone con analoga visione, analoghe priorità e analoghi progetti possano lavorare insieme.
Di qui passo a un'altra obiezione opposta che è stata sollevata nell'ormai celebre cena: e allora perché non fanno un partito dove stare tutti insieme e dove dire manifestamente senza ipocrisie quali sono obiettivi e progetti? Anche questa obiezione è sensata, e secondo me segna una direzione più che probabile di un possibile sviluppo del protagonismo dei cattolici anche in politica. Ma non è uno sviluppo inevitabile, e non è neanche necessariamente il migliore auspicabile. E comunque non pare quello più immediato. Più urgente e più a portata di mano pare invece la realizzazione di un coordinamento dei cattolici, un movimento dei movimenti e delle associazioni, che sappia confrontarsi al suo interno (da troppo questo non avviene soprattutto in relazione agli ambiti socio-politici) e sappia poi confrontarsi con le realtà più propriamente politiche (partiti e governo) con una voce il più possibile univoca e forte, e anche con adeguati mezzi di pressione (ad esempio in democrazia il primo è la capacità di votare che sostiene le nostre idee e di non appoggiare chi invece è loro ostile o comunque non mantiene gli impegni).
A questa realtà è stata opposta un'altra obiezione che mi sembra molto importante: ma questo strumento di condizionamento, questa lobby, non è un mezzo ipocrita? Non è una realtà che poi resta invischiata nelle beghe della politica senza essere protagonista? Non finirà per rinunciare a una parte importante della propria identità in cambio dell'appoggio a una fazione politica? Ovviamente non condivido l'obiezione sull'ipocrisia: anzi, un coordinamento cattolico agirebbe alla luce del sole. Mi sembra un processo alle intenzioni. Bisognerà vigilare: le idee camminano sulle gambe degli uomini, e atteggiamenti ipocriti, vili, interessati sono sempre possibili. Ma non si può rinunciare ad agire per timore che forse qualcuno un giorno potrebbe agire male. Mi preoccupa di più il fatto che questo coordinamento sia poi realmente in grado di incidere correttamente sulla vita socio-politica italiana dal punto di vista dei valori e della visione cattolica: la preoccupazione è che il movimento sia consapevole di avere la forza di incidere e la usi, che sappia interagire con tutti ma non tema di mantenere la barra dritta, che sappia dire dei no e che sappia appoggiare davvero chi difende la stessa linea. Che non siano solo chiacchiere, quindi, e che non si resti invischiati nel politicamente corretto, nel voler essere per forza amici di tutti, che ci si faccia subito annacquare in una rete di relazioni e interessi che lasci dimenticare gli Interessi con la i maiuscola. Il punto che però più mi stimola di questo gruppo di obiezioni è l'ultimo: ma questo movimento appoggiando un partito non finirà per sottometterglisi? Qui torna a galla un aspetto più volte evidenziato, cui forse sono io ad essere ipersensibile. Chi lo dice che il pensiero cattolico in politica debba per forza essere subordinato agli altri? Debba inevitabilmente essere ausiliare, e destinato ad essere assorbito? Perché questo senso di inferiorità e di inevitabile gregariato? Mi sembra che quello che possa debba accadere sia esattamente il contrario. il pensiero forte anche nel sociale e quindi nel concreto agire politico è quello cristiano, l'unico che abbia un livello anche di elaborazione culturale superiore, l'unico che regga alla prova dei fatti e anche del tempo. Se negli ultimi anni sono scomparse le ideologie e falliti i progetti postideologici, questo da un punto di vista di elaborazione culturale, social e politica (nel senso alto del termine) non solo non ha coinvolto il pensiero cristiano, ma anzi a lasciato che esso sia l'unico rimasto in campo con autorevolezza ed efficacia. Non vedo perché allora debba essere subordinato ad altri modi di pensare che si autodefiniscono vincenti ma che hanno fallito tutte le prove di fatti. Questo è il punto cruciale del mio ragionamento e del mio modo di pensare. A un livello più concreto e spicciolo si incarna nel rovesciamento dell'obiezione posta: perché un eventuale movimento dei movimenti dovrebbe finire per essere sottomesso e corrotto da un partito? Non dovrebbe avvenire esattamente il contrario? Non dovrebbe cioè il movimento cattolico avere la forza di condizionare i partiti ed il partito, irrorandolo con le sue idee, i suoi ideali, i suoi progetti, la sua forza vitale, la sua energia morale, i suoi uomini e donne? Non dovrebbe essere il movimento, grazie alla sua forza ideale, progettuale e anche elettorale, a tenere la barra dei partiti di riferimento, piuttosto che il contrario?
In breve un'ultima obiezione (non ricordo se le ho esaurite tutte, nel caso - è una minaccia - ci ritorno): a Todi troppe poche donne e troppi pochi giovani. E' possibile. Ma questo non è un difetto dell'incontro di Todi. Se è vero (e per la verità altre fonti sminuiscono sensibilmente questo aspetto) questo può essere il sintomo di un problema nella Chiesa e nelle associazioni, non altro. Nulla ha a che fare con la scelta di un confronto sui temi della politica. Nel senso che non c'è stata una selezione ad personam dei presenti a Todi: sono stati invitati i rappresentanti delle associazioni e dei movimenti. Forse ci sono troppi pochi giovani e donne ai vertici (ma per certe cose è un caso: vedi l'Azione Cattolica), e allora questo offre lo spunto per una riflessione e una azione all'interno dei movimenti. Ma non inficia in alcun modo lo spirito di Todi.
Procediamo per flash.
L'obiezione più forte e articolata è quella che va alla radice, negando che serva un impegno maggiore e più coordinato dei cattolici in politica. Secondo chi la sostiene il ruolo svolto finora dai cattolici nella politica e nella società è ottimale, ha ottenuto buoni risultati, e qualunque forma di maggior coinvolgimento comporterebbe dei passi indietro, un indebolimento e forse una ghettizzazione. A titolo di esempio vengono riportati come grandi successi dei cattolici in questi anni la Legge 40 e la vittoria nel successivo referendum, la legge sul biotestamento (che pur non ancora definitivamente approvata avrebbe già avuto l'effetto di prevenire altri casi-Eluana da parte della magistratura), lo stop ai riconoscimenti delle coppie omosessuali (Dico e company). Allo stesso tempo si mette in evidenza come i cattolici siano quasi per natura costantemente divisi, e che comunque non esista una via cattolica ad affrontare la maggior parte dei problemi della vita socio-politica-economica, per cui quel che conta è solo l'unione in difesa dei valori non negoziabili. Ragionamento che è palesemente ben fondato e radicato nella storia degli ultimi anni, ma che non mi convince molto. Non mi ha convinto fino adesso, figuriamoci per quel che riguarda il prossimo futuro, che tutti prevedono assai diverso. Certo, il rischio di una contrapposizione ghettizzante c'è, tutti da una parte quelli che la pensano in un modo, e tutti dall'altra gli avversari. Non ci vedrei niente di male, ma non si può negare che comporti un rischio strategico: finché vinci hai il pieno controllo, ma se per caso perdi rischi che la controparte mette in attuazione un programma sistematicamente nemico dei valori in cui crediamo. Un po' il modello Zapatero. E' un calcolo da fare, una problematica da tenere in considerazione. Così come non va certo sminuito il lavoro di difesa dei valori che è stato fatto con tanta fatica in questi ultimi anni, nonostante un clima ostile a livello di media e apparentemente di opinione pubblica. Ma è proprio qua il punto. Lo scontro più acceso con chi difendeva questa posizione è avvenuta sull'interpretazione di certe parole calcistiche. Mi perdonerete se lo ripeto senza voler dare alle parole più peso di quel che abbiano, ma per provare a spiegare le visioni che ci sono dietro (almeno la mia). Per me la tattica dei cattolici in questi anni di bipolarismo è stata catenacciara, abbiamo giocato molto in difesa, ottenendo senz'altro dei risultati ma arretrando il nostro baricentro e lasciando l'iniziativa agli avversari, e secondo me se giochi sempre in difesa con un avversario dai mezzi più potenti prima o poi un gol lo prendi. Certo, in Italia il catenaccio ha sempre reso molto, e non dite a Trapattoni che io lo vedo come uno strumento perdente... però fatemi sviluppare il mio ragionamento. Chi mi si contrapponeva nel dibattito, per altro, non difendeva il catenaccio, ma diceva che questi sono stati anni arrembanti, all'attacco, dove promuovere e ottenere cose come la legge 40 e quella sul biotestamento sono segni di un atteggiamento giocato all'attacco e vincente (chi le ha fatte le leggi, mi fanno notare, e chi le ha portate a casa?). Aggiungono polemicamente che non è certo detto che gli stessi risultati si otterrebbero con un partito cattolico (ai tempi della DC, ricordano, furono approvati divorzio e aborto), e con una punta di veleno sostengono che a Todi di valori non negoziabili non si è parlato (lo dicono loro) perché i convenuti sono prontissimi a negoziarli con la sinistra in cambio di potere. Ribadisco, obiezioni valide e fondate, che solo il tempo dirà se si confermeranno. Ma io la vedo diversamente. E forse non solo io. Vorrei guardarmi dal
tirare in ballo più alte autorità a difesa delle mie idee, ma con il debito rispetto e l'attenzione alla possibilità di interpretazioni diverse non posso qui non notare che da alcuni anni il Papa e la Cei non fanno che ripetere l'appello a una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Cioè rimarcano la necessità che i cattolici tornino ad impegnarsi generosamente anche in questo campo. Evidentemente per invertire una tendenza che non deve dare piena soddisfazione, altrimenti si lascerebbe andare le cose come stanno. Si sente invece l'esigenza di alti appelli per cambiare queste cose, che quindi non sono da difendere a priori. Secondo me, infatti, il lodevole impegno di uomini politici cattolici sparsi per i vari schieramenti finora ha potuto solo limitarsi sulla difensiva, e non sempre con pieno successo. A me sembra che nel PD, per parlare esplicitamente di elementi politici, con la promessa poi di lasciarli, l'elemento cattolico è stato abbastanza emarginato, come per altro dimostra la costante migrazione ad altri lidi di numerosi esponenti cattolici. Nel PDL vale un discorso diverso ma equivalente nella sostanza: il centrodestra a parole ha un atteggiamento di condivisione e difesa dei valori tradizionali cattolici senza le complicanze che esistono a sinistra, ed è altrettanto evidente che senza il centro-destra quelle leggi sopra citate non avrebbero mai visto la luce. Ma è altrettanto evidente che a tante parole sono seguiti pochi fatti, e questo lo dicono per primi gli esponenti del PDL. Inoltre nella linea politica del PDL l'incidenza dei cattolici appare a molti irrilevante. Sia a destra che a sinistra, comunque, mi sembra che i cattolici manifestino una certa subordinazione alle linee politiche prevalenti, e pongano la loro autonoma e specifica azione politica al di sotto di elementi di fedeltà allo schieramento politico cui appartengono. Questo atteggiamento (che in tutta onestà si trova presente seppur in forme e quantità diverse in ogni partito della seconda repubblica, compresi il centro e la Lega, ad esempio), mette il pensiero cattolico e le loro scelte politiche in secondo piano rispetto ad altri indirizzi del pensiero. Per altro la cosa non mi stupisce, in quanto a mio avviso è esattamente la stessa cosa che avviene nella società. Inevitabile quindi che sia in politica che nella pubblica opinione certe posizioni cattoliche, anche quando vincenti, appaiano come battaglie di retroguardia. E come tali, a mio avviso, destinate inevitabilmente a erodersi e quindi a preparare sconfitte future. E' esattamente questo che intendo quando dico che i cattolici hanno giocato in difesa: certo, sono state vinte delle battaglie, ma il fronte di guerra è in arretramento. Se ci si limita a raccogliere le forze per dire no su temi senz'altro fondamentali e indiscutibili, questo no verrà sempre meno compreso e avrà sempre meno la forza di raccogliere consensi tali da permettere di vincere. Certo, giocare in campo aperto è rischioso, ma l'obiettivo deve essere quello di spiegare le valide ragioni dei sì più veri e profondi, tali da giustificare ampiamente i no che non sono a priori ma frutto di scelte ben precise e positive, direi addirittura convenienti, frutto di una visione dell'uomo e della società che accresce il bene comune. Altro che ridurre gli spazi dei diritti. Questo io intendo per giocare all'attacco, e per fare questo ci vuole una squadra consapevole dei propri mezzi, che faccia gioco di squadra, e che sia in grado di dettare l'agenda dei temi. Ecco, questo è il punto: nella seconda repubblica (specie nella seconda parte, non dimentichiamo che alcuni successi citati risalgono infatti a qualche anno addietro) l'agenda delle tematiche è aggressivamente proposta da realtà ben diverse dal mondo cattolico, che nelle migliori delle ipotesi è riuscito a rintuzzare gli attacchi. Ma non è mai riuscito a imporre all'attenzione della società i suoi temi come prioritari. Esempio eclatante è la famiglia: nonostante i meritori sforzi di alcuni, il mondo cattolico non ha certo ottenuto che questo fosse il tema centrale del dibattito pubblico e dell'azione politica. Molti ne parlano e fanno promesse, ma il tema è del tutto marginale nei fatti, anzi è addirittura penalizzato dalle crisi. Altri hanno portato temi come fecondazione assistita, coppie di fatto e omosessuali, eutanasia, omofobia: su questo per ora la linea ha (faticosamente) resistito, ma sono sempre stati altri a scegliere il campo di battaglia, mente gli alleati hanno acconsentito a difendere (senza entusiasmo) questi principi, in cambio però di ben consistente sostegno alle cose di loro interesse. E poi, è vero che non esiste un modo cattolico di aggiustare i tombini, ma certo esiste un pensiero sociale coerente cristiano che peraltro è condiviso da molti non cristiani proprio perché non è un aspetto confessionale e settario ma è una visione sul mondo e sull'uomo, è una proposta di società, ed è qualcosa che si basa su solide radici anche logiche che sono quelle che vanno spiegate e anche propagandate. Quindi non c'è nulla di male che i cristiani si confrontino prioritariamente tra loro per avere progetti da proporre agli altri. Non dovranno essere tutti d'accordo necessariamente anche sugli aspetti non essenziali alla fede, ma certo è più probabile che dalla comune fede ed esperienza di vita scaturisca una visione simile. E qui torna il discorso della capacità propulsiva nella società, favorita certo dalla condivisione se non proprio dall'unità: capacità propulsiva nell'opinione pubblica (un aspetto della nuova evangelizzazione), nella società, e anche in politica che è l'ambito dedicato a fare queste scelte di indirizzo, orientamento e regolamentazione della società perché diventi possibile realizzare queste visioni. Non dovranno necessariamente convivere tutti all'interno di un unico partito confessionale, ma certo non potrà considerarsi uno scandalo se anche in politica persone con analoga visione, analoghe priorità e analoghi progetti possano lavorare insieme.
Di qui passo a un'altra obiezione opposta che è stata sollevata nell'ormai celebre cena: e allora perché non fanno un partito dove stare tutti insieme e dove dire manifestamente senza ipocrisie quali sono obiettivi e progetti? Anche questa obiezione è sensata, e secondo me segna una direzione più che probabile di un possibile sviluppo del protagonismo dei cattolici anche in politica. Ma non è uno sviluppo inevitabile, e non è neanche necessariamente il migliore auspicabile. E comunque non pare quello più immediato. Più urgente e più a portata di mano pare invece la realizzazione di un coordinamento dei cattolici, un movimento dei movimenti e delle associazioni, che sappia confrontarsi al suo interno (da troppo questo non avviene soprattutto in relazione agli ambiti socio-politici) e sappia poi confrontarsi con le realtà più propriamente politiche (partiti e governo) con una voce il più possibile univoca e forte, e anche con adeguati mezzi di pressione (ad esempio in democrazia il primo è la capacità di votare che sostiene le nostre idee e di non appoggiare chi invece è loro ostile o comunque non mantiene gli impegni).
A questa realtà è stata opposta un'altra obiezione che mi sembra molto importante: ma questo strumento di condizionamento, questa lobby, non è un mezzo ipocrita? Non è una realtà che poi resta invischiata nelle beghe della politica senza essere protagonista? Non finirà per rinunciare a una parte importante della propria identità in cambio dell'appoggio a una fazione politica? Ovviamente non condivido l'obiezione sull'ipocrisia: anzi, un coordinamento cattolico agirebbe alla luce del sole. Mi sembra un processo alle intenzioni. Bisognerà vigilare: le idee camminano sulle gambe degli uomini, e atteggiamenti ipocriti, vili, interessati sono sempre possibili. Ma non si può rinunciare ad agire per timore che forse qualcuno un giorno potrebbe agire male. Mi preoccupa di più il fatto che questo coordinamento sia poi realmente in grado di incidere correttamente sulla vita socio-politica italiana dal punto di vista dei valori e della visione cattolica: la preoccupazione è che il movimento sia consapevole di avere la forza di incidere e la usi, che sappia interagire con tutti ma non tema di mantenere la barra dritta, che sappia dire dei no e che sappia appoggiare davvero chi difende la stessa linea. Che non siano solo chiacchiere, quindi, e che non si resti invischiati nel politicamente corretto, nel voler essere per forza amici di tutti, che ci si faccia subito annacquare in una rete di relazioni e interessi che lasci dimenticare gli Interessi con la i maiuscola. Il punto che però più mi stimola di questo gruppo di obiezioni è l'ultimo: ma questo movimento appoggiando un partito non finirà per sottometterglisi? Qui torna a galla un aspetto più volte evidenziato, cui forse sono io ad essere ipersensibile. Chi lo dice che il pensiero cattolico in politica debba per forza essere subordinato agli altri? Debba inevitabilmente essere ausiliare, e destinato ad essere assorbito? Perché questo senso di inferiorità e di inevitabile gregariato? Mi sembra che quello che possa debba accadere sia esattamente il contrario. il pensiero forte anche nel sociale e quindi nel concreto agire politico è quello cristiano, l'unico che abbia un livello anche di elaborazione culturale superiore, l'unico che regga alla prova dei fatti e anche del tempo. Se negli ultimi anni sono scomparse le ideologie e falliti i progetti postideologici, questo da un punto di vista di elaborazione culturale, social e politica (nel senso alto del termine) non solo non ha coinvolto il pensiero cristiano, ma anzi a lasciato che esso sia l'unico rimasto in campo con autorevolezza ed efficacia. Non vedo perché allora debba essere subordinato ad altri modi di pensare che si autodefiniscono vincenti ma che hanno fallito tutte le prove di fatti. Questo è il punto cruciale del mio ragionamento e del mio modo di pensare. A un livello più concreto e spicciolo si incarna nel rovesciamento dell'obiezione posta: perché un eventuale movimento dei movimenti dovrebbe finire per essere sottomesso e corrotto da un partito? Non dovrebbe avvenire esattamente il contrario? Non dovrebbe cioè il movimento cattolico avere la forza di condizionare i partiti ed il partito, irrorandolo con le sue idee, i suoi ideali, i suoi progetti, la sua forza vitale, la sua energia morale, i suoi uomini e donne? Non dovrebbe essere il movimento, grazie alla sua forza ideale, progettuale e anche elettorale, a tenere la barra dei partiti di riferimento, piuttosto che il contrario?
In breve un'ultima obiezione (non ricordo se le ho esaurite tutte, nel caso - è una minaccia - ci ritorno): a Todi troppe poche donne e troppi pochi giovani. E' possibile. Ma questo non è un difetto dell'incontro di Todi. Se è vero (e per la verità altre fonti sminuiscono sensibilmente questo aspetto) questo può essere il sintomo di un problema nella Chiesa e nelle associazioni, non altro. Nulla ha a che fare con la scelta di un confronto sui temi della politica. Nel senso che non c'è stata una selezione ad personam dei presenti a Todi: sono stati invitati i rappresentanti delle associazioni e dei movimenti. Forse ci sono troppi pochi giovani e donne ai vertici (ma per certe cose è un caso: vedi l'Azione Cattolica), e allora questo offre lo spunto per una riflessione e una azione all'interno dei movimenti. Ma non inficia in alcun modo lo spirito di Todi.
giovedì 27 ottobre 2011
Cattolici in politica tra astensionismo e voglia di impegno
I cattolici sono quelli che per natura ed educazione, direi per missione, tengono di più al bene comune, e sono anche pronti a dare del loro per il bene comune. Se cedono i cattolici, siamo allo sbando. È quindi un grido d’allarme quello che emerge dal sondaggio sul comportamento politico dei cattolici commissionato all’IPSOS dalla Fondazione Achille Grandi per il Bene Comune, emanazione delle ACLI. Ma trattandosi di cattolici al grido d’allarme non può non essere affiancata la speranza. Non a caso bene espressa già dal titolo della ricerca “Tra astensionismo e voglia di impegno”.
Il dato infatti più rilevante è quello del crollo di fiducia anche tra i cattolici verso il mondo della politica e delle istituzioni, che raggiungono il minimo storico di consenso. Clamoroso il giudizio negativo sui partiti politici crollati di 18 punti percentuali in sei mesi dal 32% al 14% di gradimento. Giudizio negativo che ha coinvolto anche le istituzioni come Camera e Senato che hanno appena un terzo dei consensi fra i cattolici (e poco più di un quinto fra gli italiani) dimezzando gli apprezzamenti rispetto a sei mesi prima. Ancora non resi noti i dati relativi a tutte le altre istituzioni, ma per il governo e personalmente Berlusconi, si confida che il gradimento è passato da 50 a 22 con tendenza a diminuire ancora. Perderebbe qualcosa persino il Presidente della Repubblica, nonostante il suo ruolo di punto di riferimento, mentre solo la Chiesa si mantiene stabile.
Conseguenza di questo tsunami di sfiducia, gli italiani si rifugiano nell’astensionismo. E i cattolici? Sorprendentemente l’astensione viene scelta tra i praticanti in misura ancora maggiore che nel resto della popolazione. Un cattolico su due in questo momento non saprebbe chi votare, e forse non voterebbe. E allora che senso hanno iniziative come quelle di Todi? Sono perfettamente coerenti: infatti la differenza qualitativa tra l’astensionismo cattolico e quello dei secolarizzati sta nel fatto che i primi aspettano che maturi qualcosa di nuovo. Non vogliono rifuggire dalla responsabilità, ma non trovano ancora i canali attraverso cui esprimerla, e si sentono pesantemente traditi da ciò che c’è stato finora. È per questo che mi sembra sbagliata e – se mi è permesso – pigra una delle interpretazioni che è stata data a commento del sondaggio: i cattolici restano comunque bipolaristi. No, questa affermazione è fuori luogo. Si può dire che verso il bipolarismo o un altro sistema non ci sia tutta questa passione, ma certo è una forzatura dire che siano bipolaristi. Come si fa a dirlo quando la fiducia verso questi partiti è meno del 15%? Come si fa a dirlo quando l’astensionismo è al 50%? Come si fa a dirlo quando il 40% dei fedeli risponde a esplicita domanda dicendo che non affiderebbe le sue speranze per il futuro né al centrodestra né al centrosinistra? Come si fa a dirlo quando meno della metà dei restanti cattolici che dicono di voler votare danno la loro preferenza a uno dei due maggiori partiti attuali (e che quindi vuol dire che poco più di un praticante su dieci appoggia il PD e poco più il PDL)?
Certo, siamo onesti fino in fondo. Lo sconcerto c’è, ed è tale che non trova ancora uno sbocco. Il centro, che in qualche maniera dovrebbe essere il rifugio naturale di queste realtà, cresce costantemente, ma molto meno di quanto ci si potrebbe aspettare. Qui però mi permetto di sollevare due riflessioni che potrebbero spigare questa crescita frenata. Primo: mi sembra abbastanza naturale che chi come i cattolici è abituato a fare scelte con serietà ed assunzione di responsabilità aspetti un attimo prima di regalare la propria fiducia. Chi per vent’anni, come tutti gli italiani, è stato abituato a una sorta di bipolarismo, e ancora oggi ne ritrova le eco sui mezzi di informazione, prima di fare il salto si prende una pausa di riflessione. Mi sembra del tutto naturale un passaggio attraverso il distacco, attraverso la tentazione astensionistica, prima di indossare una nuova casacca. Tanto più quando si è rimasti scottati e si vuole ben valutare su quale treno si sale. C’è poi una paura atavica che impedisce un cambio radicale a chi si scrolla di dosso la vecchia posizione politica: chi si sente di centrodestra pur deluso da Berlusconi teme di finire in bocca a una sinistra che avversa, e viceversa i cattolici di centrosinistra non vogliono in alcun modo correre il rischio di puntellare il nemico Berlusconi. Tutti discorsi che ci riportano al centro, e che quindi ci spingono a toccare il secondo punto della mia analisi. La convergenza al centro dei cattolici è a mio avviso coerente, inevitabile e probabilmente sarà improvvisamente superiore a quanto possano rilevare i sondaggi, ma non ci si può accontentare di un voto di riflusso, che sarebbe solo un pericoloso fuoco di paglia. I cattolici “astensionisti” sono il principale e vasto bacino di raccolta di consenso per il centro, ma bisogna cercarli attivamente, non aspettare di incassare da rendita di posizione. I cattolici (e non solo) sono stufi di grandi contenitori indifferenziati carichi di promesse di ogni tipo e poi indecisi a tutto. Chi vuole il consenso dei cattolici deve essere davvero impegnato nel difendere le loro istanze. Non gli interessi di parte (nel sondaggio si rivela che la maggior parte dei cattolici chiede alla politica di trovare una sintesi tra valori cristiani e laici), ma certamente una visione cristiana dell’uomo e della società in senso antropologico, sulla linea dei laici alla Benedetto Croce. Difesa senza esitazione dei valori non negoziabili, contributo fattivo della visione cristiana al bene comune, capacità di rinnovamento ed apertura alla società civile e ai movimenti cristiani: è questo quello che si aspettano dalla politica, e soprattutto dal centro, e quindi dall’UDC, gli elettori cattolici. Che sono oggi di nuovo una massa capace di fare la differenza.
martedì 25 ottobre 2011
Buttiglione: l'impegno politico dei cattolici dopo Todi
Volentieri riporto una riflessione di Rocco Buttiglione a seguito dell'incontro di Todi sul futuro dell'impegno dei cattolici in politica, pubblicato oggi su Liberal:
Proviamo a capire cosa è successo veramente a Todi il 17 ottobre e quali sono le prospettive di evoluzione del movimento che lì è nato. Lo facciamo da osservatori partecipanti. Partecipanti perché siamo dei cristiani che fanno parte del popolo cristiano che a Todi si è riunito. Siamo dentro la medesima comunione ecclesiale, abbiamo la stessa cultura, le stesse preoccupazioni e le stesse speranze. Osservatori perché facciamo politica e siamo in un certo senso la controparte davanti alla quale (speriamo non contro la quale) il movimento si costituisce.
Molti si sono preoccupati di difendersi da questo movimento nel quale, forse anche al di là delle sue intenzioni, si intuisce e si teme un potenziale destabilizzante del quadro politico attuale. Queste reazioni di difesa sono preoccupate più di stabilire cosa il movimento non è che non quello che è.
Si è detto che i movimenti e le associazioni di Todi non vogliono fondare un partito. È vero. È invece sbagliato dire che non fanno politica. La politica non appartiene tutta ai partiti. Esiste anche una politica dei cittadini, intesa come “prudente sollecitudine per il bene comune” (enciclica Laborem Exercens). È su questo terreno che si colloca il movimento di Todi. Esso coglie un disagio della società civile ed una mancanza di connessione e di dialogo fra società civile e società politica. Se non ci fosse questo disagio le associazioni ed i movimenti non avrebbero sentito il bisogno di ritrovarsi insieme. Niente nuovo partito (per il momento almeno) ma non si può nemmeno dire che va tutto bene e che per la politica tutto continua come prima. C’è un segnale chiaro di crisi e di insoddisfazione per il quadro politico esistente e per la situazione attuale della politica. C’è la percezione di una crisi che chiede, per essere superata, una politica diversa da quella che c’è ed una collaborazione fra tutte le forze politiche, privilegiando il bene comune su tutti gli interessi di parte.
Qualcuno ha detto che i movimenti di Todi non chiedono la fine del bipolarismo. È vero, ma questo non vuol dire che il bipolarismo lo sostengano. Semplicemente a me sembra che il problema dei movimenti non sia affatto il bipolarismo, né pro né contro. Chiedono di ristabilire un rapporto corretto fra politica e società. Chiedono che la società possa liberamente scegliere i propri rappresentanti nelle istituzioni. E chiedono un governo che si occupi efficacemente del bene comune del paese. Se questo il bipolarismo è in grado di garantirlo allora viva il bipolarismo. Se no, al diavolo il bipolarismo. Certo questo sistema con questo bipolarismo non risponde alle attese ed alle speranze dei movimenti.
Qualcosa di analogo si può dire per quello che riguarda Berlusconi e il berlusconismo. L’intenzione di Todi non è quella di attaccare Berlusconi ma certo neppure quella di difenderlo. I movimenti, piuttosto, si collocano dopo il berlusconismo. Pongono questioni e cercano risposte che vengono dopo la fine del berlusconismo. Non contro ma dopo. Un dopo, però, che è già cominciato e che è inutile cercare di frenare.
Molto bene un gruppo di dirigenti del PDL in una lettera ad Avvenire dice sostanzialmente: non chiedeteci di condannare Berlusconi (quelli di Todi non glielo chiedono), chiedeteci di andare oltre Berlusconi, di mostrare che non siamo la corte di Berlusconi ma una forza politica fondata su valori e su principi che rimangono anche dopo la fine del berlusconismo. Attendiamo fiduciosi che gli amici del PDL mostrino con i fatti di non essere la corte di Berlusconi.
Molti hanno agitato lo spettro della DC. Voci scandalizzate si sono chieste: “ma non vorranno rifare la DC ?”. Io ho l’impressione che ai movimenti di Todi della vecchia DC non gliene importi nulla. Non la vogliono rifare ma non hanno neanche l’ossessione di non rifarla a nessun costo. Andranno per la loro strada e non si lasceranno fermare dalla preoccupazione che il risultato alla fine potrebbe forse per qualche aspetto somigliare alla Democrazia Cristiana.
Vediamo invece in positivo cosa è successo a Todi.
I movimenti si sono trovati per parlare insieme ed hanno verificato di parlare un linguaggio comune, e di avere attese e speranze comuni. Non era scontato. Una volta il cosiddetto mondo cattolico era diviso perché era attraversato da diverse opzioni ideologiche. La fede era debole e l’ideologia era forte. Davanti alle scelte difficili il rischio che la fedeltà all’ideologia o alla opzione politica prevalesse sulla fede era forte. Oggi è vero il contrario: i criteri e le visioni generate dal linguaggio della fede che unisce prevalgono sulle opzioni politiche che dividono. Si sono indebolite le ideologie, e la fede (forse) è diventata più forte. Parlando un linguaggio comune i movimenti hanno iniziato un percorso di ricerca comune. Non è poco. C’è una volontà di dialogo e di presenza comune nella società. C’è la percezione del fatto che questi movimenti e queste associazioni danno un grande contributo alla vita della società ma non contano rigorosamente nulla nel definire le linee politiche che la guidano. C’è poi la convinzione che la società stia andando a fondo e che i movimenti abbiano la forza ed il dovere di dare un contributo essenziale per salvarla. Ma come? Questo è il tema della ricerca.
La ricerca continuerà.
Proviamo ora ad immaginare alcune piste lungo le quali la ricerca può svilupparsi ed alcune tappe possibili dello sviluppo che ci sta davanti.
È necessario individuare alcuni obiettivi di una politica della cittadinanza e di promuovere su di esse una mobilitazione. Le associazioni ed i movimenti di Todi coinvolgono milioni di persone. Bisogna coinvolgerle su obiettivi semplici e chiari che queste persone possano facilmente sentire come proprie. Penso a temi come la famiglia, il lavoro, la scuola, il diritto alla partecipazione politica… può essere una grande manifestazione, possono essere diverse manifestazioni. L’importante è che esse siano preparate su di una adeguata piattaforma di valori e di proposte e che dopo ci sia la capacità di interloquire con le forze politiche sulla base delle proprie proposte.
Il movimento deve essere indipendente da tutte le forze politiche ma non deve essere equidistante. Deve essere capace di registrare convergenze e divergenze e di premiare gli interlocutori con i quali giunge a convergenze, e di opporsi agli interlocutori con i quali si registrino delle divergenze. Solo così il movimento potrà avere un forte e vero impatto politico.
È importante il tema del sistema elettorale. Il movimento di Todi ha una forza potenziale tale da consentirgli di affermarsi con qualunque sistema elettorale. Il sistema elettorale può però avere una funzione decisiva nel determinare il modo in cui la forza del movimento potrà esercitarsi sulla politica italiana. Con il sistema attuale il movimento può registrare solo convergenze e divergenze con i partiti nel loro insieme. Sono infatti i partiti ad essere votati, con liste bloccate. Il movimento può, certo, scegliere un partito ma certo preferirebbe non doverlo fare, preferirebbe mantenere una certa distanza da tutti i partiti. Questo è più facile se c’è un sistema che consente di scegliere (per esempio con le preferenze) la persona e non il partito. In questo caso il movimento potrebbe scegliere uomini che prendono impegno sui temi che gli stanno a cuore anche in diversi partiti o, al limite, in tutti i partiti.
Come reagirà la politica al porsi del “movimento dei movimenti cattolici”?
L’UDC deve porsi immediatamente come interlocutore del movimento. Molti di noi vengono dalla medesima esperienza di fede e tutti noi veniamo dalla stessa visione antropologica che è propria dei movimenti. Dobbiamo dire con chiarezza che consideriamo positivo il loro protagonismo, che voglismo formulare i nostri programmi nel dialogo con loro e che vogliamo rinnovare le classi dirigenti attingendo a uomini loro per le nostre liste elettorali. Non intendiamo strumentalizzarli e non pretendiamo un monopolio della interlocuzione politica. Saremo lieti se anche altri accetteranno il dialogo con i movimenti. Noi comunque ci siamo.
Un problema più complicato si pone per il popolo delle Libertà. Il movimento dei movimenti si colloca, non polemicamente, su di un terreno che viene dopo il berlusconismo. È capace il Popolo delle Libertà di porsi su questo terreno? Roberto Formigoni mostra di comprendere bene la natura del problema quando fa capire che Berlusconi farebbe bene a passare la mano ad un governo di grande coalizione ed il Popolo delle Libertà dovrebbe offrire all’UDC di fondare insieme un partito nuovo, il partito del partito Popolare Europeo in Italia. Ma è disponibile il PDL ad incamminarsi su questo percorso? O si ostinerà nel tentativo testardo di prolungare artificialmente, con costi altissimi per il paese, una stagione politica che è ormai definitivamente finita? Nessuno lo sa.
Il porsi del nuovo soggetto sociale e culturale cattolico interpella anche la sinistra. I primi commenti a Todi da parte della sinistra sono stati positivi. La critica a Berlusconi e la richiesta di una fase politica nuova dopo il berlusconismo ha fatto premio su tutto. La sinistra può prendere atto con soddisfazione anche di un altro elemento. I cattolici a Todi non hanno rivendicato semplicemente la difesa dei loro valori non negoziabili ma hanno rivendicato più in generale il diritto di dare un contributo decisivo per il bene comune, per la giustizia sociale e per tirare il paese fuori dalla crisi. La sinistra tuttavia non può eludere una questione decisiva. I cattolici di Todi affermano prima che una politica una antropologia, una visione sull’uomo. Da quella antropologia discende in modo indissolubile sia la difesa del povero che la difesa della vita. La difesa della vita non può essere autentica se non è unita alla difesa del povero, e viceversa. Chi è più povero di un bambino non nato? Il manifesto dei Quattro Intellettuali della Sinistra ha invitato bersani a rinunciare ad una presunzione di superiorità intellettuale per la quale i temi posti dalla cultura della vita non meritano neppure di essere presi in considerazione. Se la sinistra ne sarà capace anche con loro si potrà aprire un dialogo fecondo. Non è indispensabile che la sinistra adotti le nostre posizioni in bioetica. Sarebbe sufficiente che desse libertà di pensiero su questi temi al proprio interno.
Nessuno può dire quanto lontano arriverà questa iniziativa di Todi. In un panorama politico e culturale desertificato essa può essere un ponte verso un necessario Risorgimento. Ad essa noi guardiamo con fiducia e con speranza.
Rocco Buttiglione
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