Ieri ho partecipato a una ricca, appassionata e interessante chiacchierata sull'evento di Todi (la riunione di gran parte dei movimenti e delle associazioni cattoliche) con diversi amici, cattolici impegnati. I pareri erano molto discordi, con tante ragioni da tutte le parti. In molti hanno messo in evidenza i limiti dell'incontro di Todi. Io ho una visione più ottimistica, anche perché più pragmatica. Quello che mi ha colpito però è che noto ancora - magari mi sbaglio - che quello che prevale è un sentimento di subordinazione della cultura cattolica, soprattutto in politica. Queta idea è quella contro cui io ho combattuto tutta la vita, e non credo che smetterò di farlo. Si ragiona dei cattolici sempr ein funzione degli altri, delle alleanze, del subordinarsi a qualche realtà esterna cui accodarsi. Per me è il contrario. Noi dobbiamo ritrovar enoi stessi e ripartire dalla nostra identità, dai nostri progetti, dalla nostra visione della vita, dalla nostra visione antropologica. Abbiamo tanto da dire. Partendo da questo possiamo serenamente dialogare con tutte le altre culture, le altre visioni (ma oggi ce ne sono davvero altre?), rispettandole, facendoci rispettare, trovando mediazioni o scontrandoci duramente con gli strumenti della democrazia. Ma tutto deve partire da noi.
Per questo giudico positivamente l'incontro di Todi. E' un inizio. E' da tempo immemorabile che le associazioni cattoliche non si confrontavano tutte insieme sui temi socio-politici. Negli ultimi anni abbiamo vissuto una stagione feconda per certe realtà del mondo cattolico, ma di totale delega dal punto di vista politico, con il rischio dell'irrilevanza, della mancanza di iniziativa, dell'impotenza. Oggi c'è un vuoto nel quale i cattolici sono chiamati ad assumersi delle responsabilità. In che modo è il tema della discussione. A mio avviso comunque questo è un punto centrale. Non si sta costruendo una lobby di cattolici per tutelare degli interessi specifici. Questo è lecito e persino doveroso, ma non è il punto oggi. Forse questo è il retropensiero che c'è dietro molte obiezioni: occupiamoci di difendere alcuni nostri capisaldi, e per il resto lasciamo stare. No, non è questo il punto. Il punto è che oggi la società, il Paese, l'Europa vanno allo sfascio, e i cattolici hanno il dovere di dire la loro, hanno la responsabilità di dare il loro contributo al bene del Paese. Anche perché, e questo lo dico forte, la visione cattolica (sociale e antropologica) è un'ottima risposta, è credo la migliore risposta. Laicamente migliore. E i fatti, lo sviluppo delle società lo dimostrano. Il motivo per cui continuo a rivendicare la battaglia contro il complesso di inferiorità che anima troppi cattolici, e la subordinazione alle culture e alle visioni sociopolitiche altrui. Semmai cristianamente dobbiamo sforzarci di combattere un legittimo complesso di superiorità.
Torniamo quindi al punto delle riflessioni su Todi. Alle obiezioni.
Prima contestazione: si è parlato poco di fede, del centro dell'annuncio cristiano, tanto più che ci troviamo in una società secolarizzata e proprio in quei giorni ne hanno parlato più volte il Papa e il cardinal Bagnasco. Secondo me questo è un tema centrale del nostro tempo, la nuova evangelizzazione. Anche l'impegno politico dei cattolici è fragile e sterile se non è alimentatio dalla linfa di un forte credo non solo personale, ma di un numero consistente dei credenti. Come si fa a rappresentarte la visione e le istanze dei credenti se i credenti non ci sono o sono fragili, confusi, dispersi, discordanti? Giusto quindi il tema, ma fuori luogo, a mio avviso, per Todi. E' un po' una classica operazione di benaltrismo. Le due cose non sono certo in contrasto. la nuova evangelizzazione è necessaria. ma questo non esclude che le associazioni che sono già evangelizzate (bene o male) si ritrovino per discutere su cosa fare nel sociale e anche nella politica. "Dalle vostre azioni vi riconosceranno". Anche una buona azione dei laici cristiani da protagonisti sulla scena socio-politica-culturale può essere nuova evangelizzazione, anzi lo deve essere.
Collegata c'è l'obiezione sul fatto che non si sia parlato di valori non negoziabili. Non lo so, ma credo non ce ne fosse bisogno. Alcuni malpensando ritengono che questo tema sia stato accantonato per presentare una piattaforma pronta a un accordo con la sinistra. Io credo che non sia affatto così: credo che per quanto tra i cattolici ci sia a volte una flebile sensibilità ai valori non negoziabili (appunto da qui la necessità di una nuova evangelizzazione), questo non avvenga tra i vertici delle associazioni cattoliche, che da quei valori devono partire, e su quei temi devono impostare i loro programmi e la loro azione socio-politica. Se qualche leader fosse più disposto a baratti, sarebbe un suo difettopersonale che lo pone fuori dall'alveo di un'azione socio-politica di ispirazione cristiana. Accade, siamo fallibili, peccatori, tentati, ma questo non discredita tutto il progetto, tutto l'impegno, anzi, è proprio l'assenza di un impegno unitario e di una rotta ben tracciata che lascia spazio alle derive personali e personalistiche.
Da qui al punto successivo: era solo una conmbriccola preoccupata del potere futuro. No, mi ribello a questa visione. Può anche essere che qualcuno avesse questo retropensiero, volesse salire su un treno in corsa. siamo umani. Ma vale ancor più il discorso di cui sopra. Il progetto vale, e vale anche perché nel suo complesso ha la forza di evitare queste derive. Se invece manca un'impalcatura complessiva, la fragilità umana è più esposta alle tentazioni. Qualcuno ha detto: erano tutti là solo per essere presenti alla foto di gruppo nel caso in futuro restasse nella storia. Beh, mi sembra una cosa doppiamente positiva. Vuol dire che il progetto vale, ha prospettive, richiama interesse, smuove aspettative e coscienze. Si sa che le cose di uomini non sono fatte solo di puri. L'importante è che la direzione sia giusta. E poi, da un punto di vista minimale (perché forse molte critiche a Todi partono anche da un eccesso di aspettative salvifiche che forse non avevano ragion d'essere), proprio quella foto (per la verità non credo sia stata fatta una foto di questo tipo) è il valore positivo di Todi: quando mai tutte quelle associazioni cattoliche si sono incontrate per dialogare e confrontarsi su cosa fare, su come dare insieme un contributo cattolico alla società e alla politica italiana? Non è un punto di arrivo, è un punto di partenza. Per un cammino faticoso e pieno di imprevisti. Ma che credo valga la pena di fare. Abbiamo il dovere di fare.
Per andare dove? Questa è un'altra critica ricorrente. C'è chi si lamenta che troppo poco è stato fatto. Neanche un coordinamento, non un elencazione di proposte concrete, di priorità da affrontare. Tantomeno un partito (qualcuno lo chiede). Sì, forse è stato fatto troppo poco (anche se c'è pure chi si lamneta che è stato fatto troppo, detto troppo, che forse era meglio non fare proprio niente). Poco è stato fatto, ma qualcosa sì. Forse più di quanto si creda. Forse invece tutto naufragherà perché non gli si dà seguito. Ma secondo me il punto è che è stato fatto un passo, il primo passo. E' un cammino. Altri passi devono seguire. Todi è un inizio, non un arrivo. Se sarà stato un inizio il giudizio dovrà essere positivo. se tutto si limita a questo, sarà stata un'occasione sprecata.
Altra obiezione, tutti cercano di mettere il cappello sull'iniziativa. Vero. prima di tutto è un segno del suo successo, della sua rilevanza. Secondo, non si può impedire il tentativo di strumentalizzare, si può respingere le strumentalizzazioni grazie alla propria forza, alla propria autonomia. Anche le parole del Papa vengono costantemente strumentalizzate da una parte e poi da quella opposta. Ma le pressioni esterne non devono spingerci alla paralisi. Semmai devono spingerci a uno sforzo in più, a una maggior chiarezza, maggior autonomia, maggiore forza. A posizioni ferme, progetti precisi, iniziative da protagonisti. Che costringano gli altri a inseguire. Certo dobbiamo anche avere una migliore formazione, essere meno ingenui. Non ci trovo nulla di male a dialogare con realtà diverse da noi, anzi, è doveroso, bisogna contribuire insieme al bene del paese. Ma magari possiamo evitare di dare una delelga eccessiva, una patente di guida a realtà ad esempio dell'editoria e della finanza che non sono esattamente frutto del nostro seno. D'altro canto non si può incolpare di questo neanche Todi, è quello che comunque è successo in questi anni. Ma ben venga il dialogo per il bene comune.
Ci sono ancora ltre cose da dire, spunti su cui riflettere (le donne, il partito, e ancora la coscienza della propria forza rispetto alla subordinazione), ma sto andando decisamente troppo lungo, ci tornerò.
Intanto aspetto i vostri commenti e nuovi spunti. Mi sembra che il dibattito sia accalorato, ne vale la pena.
La verità vi farà liberi (Gv.8,32). Liberi e forti (don Sturzo). Il nostro mondo ha bisogno di un'inversione a U. Ma di un'inversione che sia conversione. Conversione del cuore. Conversione alla verità. Per essere liberi. E poiché liberi, forti.
giovedì 20 ottobre 2011
mercoledì 19 ottobre 2011
Indignato anch'io. Ma con chi? E poi dopo?
Questa crisi economica mi indigna. La scarsa o nulla reattività della classe dirigente, politica e non, mi indigna. il fatto che nessuno paghi mi indigna. Le violenze dei cortei mi indignano. Chui le strumentalizza mi indigna. Chi le giustifica mi indigna. Chi fa demagogia mi indigna. Chi eccita gli animi mi indigna. Chi si fa solo i fatti suoi mi indigna. Chi è in buona fede ma si fa dominare dalle passioni peggiori e si fa manipolare dai cattivi maestri, un po' mi indigna, un po' mi fa pena. Ho aspettato qualche giorno a riversare per scritto le complesse emozioni di questi giorni. per la verità sono alcuni anni che le interiora mi ribollono, che dalla mia posizione di osservatore privilegiato vedo arrivare venti di tempesta e al contempo vedo troppa disinvolta superficialità intorno a noi. Non solo tra i politici, ma soprattutto nella società. E' per questo che ora mi indigno ancor di più vedendo quel che avviene. L'egoismo con cui ci si arrocca a difendere i propri privilegi, senza rendersi conto del quadro generale. E' come se la barca stesse affondando in mezzo alla tempesta e invece di remare nella stessa direzione ciascuno usa il suo remo per picchiare gli altri.
Per questo dico: anch'io sono indignato, più di molti altri, perché più consapevole. Ma non sono un indignados. Sento anch'io montare dentro di me la rabbia come uno tsunami. Ma cerco di fare argine, di incanalare questa forza travolgente per trasformarla in energia. Per questo capisco i manifestanti, ma non ne condivido molte cose. Mi sembrano troppo spesso cani che ululano alla luna. C'è motivo di essere arrabbiati. Ma c'è soprattutto motivo di rimboccarsi le maniche, di darsi da fare per tirarci fuori da una situazione davvero difficile. Richiede molta più fatica, uno sforzo molto più grande di una sfilata, ma è necessario, e urgente. Bisogna fare. Non bisogna rassegnarsi alla crisi, al predominio di una politica corrotta e insensibile. Ma non bisogna neanche cedere ai sentimenti più inutili, dare retta alla pancia, alimentare rabbia, rancore. Darla vinta alla pars destruens. E' il momento più che mai di dare forza alla pars construens, l'unica per la quale valga la pena di impegnarsi. Ma certo richiede che ci si dia da fare, che si sudi, che si vada incontro anche a delusioni, amarezze, che ci si metta in gioco, che ci si confronti con altri trovando insieme una via di uscita. Ma è necessario epr essere parte della soluzione. L'unica alternativa è la scorciatoia che porta invece ad essere parte del problema. E' senz'altro più facile gridare la rabbia, individuare colpevoli (ce ne sono di colevoli, ce ne sono, altroché, ma non funziona il rito di scaricare tutte le colpe su qualcuno in modo che magicamente i problemi si risolvano), ripetere stanchi slogan (e poi, come non si fa a non capire che la guida di questi movimenti, quelli che li strumentalizzano, sono sempre gli stessi, cambiano solo nome, autonomi, anarchici, centri sociali, no global, no tav, viola, indignados e camaleonti vari). E' più facile farsi una passeggiata di protesta ogni tanto, sentirsi massa, è una questione di cultura moderna: clicco un 'mi piace' (che non mi chiede nulla, non mi costa nulla) e penso di aver dato un grande contributo alle cause mondiali, e invece non ho fatto proprio niente. Forse ho solo ingannato la mia coscienza. O forse magari è un piccolo timido segno di risveglio, un primo passo, che è sempre meglio di niente. Ma non è questa la soluzione.
La soluzione è impegnarsi, mettersi in gioco, fare la propria parte, essere una goccia nell'oceano, quella goccia infinitesimale che, diceva madre Teresa di Calcutta, mancherebbe se io mi astenessi. Non è l'ora di astenersi. E' l'ora di recuperare l'etica della responsabilità, dell'impegno. A partire da se stessi, dal proprio cuore. Dal mettersi in discussione. Questo blog si ispira alla "conversione": questo è quel che serve. Solo la conversione del proprio cuore può avviare un cambiamento rivoluzionario. Può trasformare noi stessi, chi ci sta vicino, l'ambiente che ci circonda, potenzialmente il mondo. E dalla conversione non può derivare una chiusura intimistica: la conversione porta a prendere atto della realtà (il blog cerca anche la verità, come vedete non sono cose tanto lontane dalla realtà quotidiana, dalla vita di ciascuno di noi) e porta a reagire alla realtà che incontriamo, per cercare di farne parte con l'impegno di migliorarla. Capisco la rabbia, mi freme in ogni filamento del mio corpo, ma sfogarla non serve. Serve trasformarla in energia per darsi da fare, per cambiare il mio cuore e poi il mondo. Anche la crisi economica si può combattere così: sono slogan vuoti "noi la crisi non la paghiamo", azzeriamo il debito", "dateci lavoro" e tutto il resto. Il contenuto è capire quale sia davvero la realtà, per fare la propria parte per trasformarla.
Per questo dico: anch'io sono indignato, più di molti altri, perché più consapevole. Ma non sono un indignados. Sento anch'io montare dentro di me la rabbia come uno tsunami. Ma cerco di fare argine, di incanalare questa forza travolgente per trasformarla in energia. Per questo capisco i manifestanti, ma non ne condivido molte cose. Mi sembrano troppo spesso cani che ululano alla luna. C'è motivo di essere arrabbiati. Ma c'è soprattutto motivo di rimboccarsi le maniche, di darsi da fare per tirarci fuori da una situazione davvero difficile. Richiede molta più fatica, uno sforzo molto più grande di una sfilata, ma è necessario, e urgente. Bisogna fare. Non bisogna rassegnarsi alla crisi, al predominio di una politica corrotta e insensibile. Ma non bisogna neanche cedere ai sentimenti più inutili, dare retta alla pancia, alimentare rabbia, rancore. Darla vinta alla pars destruens. E' il momento più che mai di dare forza alla pars construens, l'unica per la quale valga la pena di impegnarsi. Ma certo richiede che ci si dia da fare, che si sudi, che si vada incontro anche a delusioni, amarezze, che ci si metta in gioco, che ci si confronti con altri trovando insieme una via di uscita. Ma è necessario epr essere parte della soluzione. L'unica alternativa è la scorciatoia che porta invece ad essere parte del problema. E' senz'altro più facile gridare la rabbia, individuare colpevoli (ce ne sono di colevoli, ce ne sono, altroché, ma non funziona il rito di scaricare tutte le colpe su qualcuno in modo che magicamente i problemi si risolvano), ripetere stanchi slogan (e poi, come non si fa a non capire che la guida di questi movimenti, quelli che li strumentalizzano, sono sempre gli stessi, cambiano solo nome, autonomi, anarchici, centri sociali, no global, no tav, viola, indignados e camaleonti vari). E' più facile farsi una passeggiata di protesta ogni tanto, sentirsi massa, è una questione di cultura moderna: clicco un 'mi piace' (che non mi chiede nulla, non mi costa nulla) e penso di aver dato un grande contributo alle cause mondiali, e invece non ho fatto proprio niente. Forse ho solo ingannato la mia coscienza. O forse magari è un piccolo timido segno di risveglio, un primo passo, che è sempre meglio di niente. Ma non è questa la soluzione.
La soluzione è impegnarsi, mettersi in gioco, fare la propria parte, essere una goccia nell'oceano, quella goccia infinitesimale che, diceva madre Teresa di Calcutta, mancherebbe se io mi astenessi. Non è l'ora di astenersi. E' l'ora di recuperare l'etica della responsabilità, dell'impegno. A partire da se stessi, dal proprio cuore. Dal mettersi in discussione. Questo blog si ispira alla "conversione": questo è quel che serve. Solo la conversione del proprio cuore può avviare un cambiamento rivoluzionario. Può trasformare noi stessi, chi ci sta vicino, l'ambiente che ci circonda, potenzialmente il mondo. E dalla conversione non può derivare una chiusura intimistica: la conversione porta a prendere atto della realtà (il blog cerca anche la verità, come vedete non sono cose tanto lontane dalla realtà quotidiana, dalla vita di ciascuno di noi) e porta a reagire alla realtà che incontriamo, per cercare di farne parte con l'impegno di migliorarla. Capisco la rabbia, mi freme in ogni filamento del mio corpo, ma sfogarla non serve. Serve trasformarla in energia per darsi da fare, per cambiare il mio cuore e poi il mondo. Anche la crisi economica si può combattere così: sono slogan vuoti "noi la crisi non la paghiamo", azzeriamo il debito", "dateci lavoro" e tutto il resto. Il contenuto è capire quale sia davvero la realtà, per fare la propria parte per trasformarla.
venerdì 14 ottobre 2011
Un governo di minoranza che tratta volta per volta l'appoggio esterno
Il governo ha la fiducia ma non ha la maggioranza. Il governo ha la fiducia e le elezioni sono più vicine. Sembrano paradossi, ma sono la palese verità. Sembra presunzione fare affermazioni di questo genere dopo il voto alla Camera, ma invece è la semplice evidenza. Non stiamo parlando di complesse alchimie politiche. E non stiamo neanche facendo riferimento alla presunta (ma anche evidente) mancanza di una maggioranza nel Paese: è un fatto che sia gli elettori (lo dicono gli ultimi risultati dei voti sia i sondaggi tanto cari a Berlusconi) sia le forze sociali (Confindustria, sindacati, mondo cattolico, realtà produttive, ecc.) hanno manifestato la loro sfiducia in questo governo. Ma non è a questo che voglio richiamarmi. Il problema è strettamente parlamentare. Nonostante i 316 voti raggiunti alla Camera (il minimo indispensabile), quello di Berlusconi è un governo di minoranza. La vera “maggioranza” cioè consiste di un gruppo ristretto di fedelissimi, mentre intorno gravita una massa di realtà politiche che prendono continuamente le distanze dall’azione di governo e poco partecipano all’attività parlamentare o addirittura votano contro provvedimenti del governo. È una cosa che sta agli atti, non lo dico io. Un folto numero di quelli che ieri hanno sostenuto la fiducia hanno già pubblicamente annunciato che è l’ultima volta, che dalla prossima settimana si vedrà provvedimento per provvedimento. La Lega non fa che prendere le distanze da Berlusconi, pur sostenendo ogni iniziativa governativa. Persino un ministro, la Prestigiacomo , poco prima di votare la fiducia ha già detto che allo stato delle cose voterà contro la legge di stabilità, non certo un provvedimento di secondo piano. Di fatto la verità è che siamo di fronte non solo a un governo debole, non solo a una maggioranza fragile e sempre a rischio, non solo ai malpancisti, ma a una vera mutazione genetica della situazione politica. Quello attuale è un governo di minoranza, come dicevamo, che di volta in volta deve trattare il consenso di un’infinità crescente di gruppi di pressione. Gruppi di parlamentari o singoli il cui voto è costantemente appeso a un filo, al soddisfacimento di questa o quella richiesta. Un governo di minoranza in balia di una serie di appoggi esterni da contrattare minuto per minuto. Non si può andare avanti così.
Ma questo dà adito a un’ulteriore riflessione più approfondita: questo è il frutto del lento declino dell’era berlusconiana, ma è anche il frutto della fine del bipolarismo. Lo stesso accadeva ai governi Prodi. Il maggioritario doveva risolvere ogni problema, mettere di qua o di là, azzerare i piccoli partiti, dare la scelta agli elettori. Non è così: il governo che c’è adesso non è certo quello delle urne (non mi risulta che gli elettori avessero votato i Responsabili, ad esempio). Ma soprattutto i partiti o i microgruppi di pressione, addirittura i singoli deputati, proliferano sempre più con un accentuato potere di ricatto. Il maggioritario ha favorito questa situazione. Si dirà: anche nel proporzionale i piccoli partiti avevano potere di condizionamento: certo, ma se si è onesti si capisce che non arrivava a questo livello (e comunque non lo nascondeva affermando che il maggioritario avrebbe risolto la questione). Ma col proporzionale quei gruppi di pressione dovevano agire alla luce del sole e rispondere ai loro elettori, cosa che ora non accade. E soprattutto il loro potere di veto era nettamente inferiore: ogni piccolo gruppo non organico poteva provare ad avanzare le sue richieste, ma finiva in concorrenza con altri che potevano sostituirlo convergendo su punti programmatici. Si poteva dire no perché c’erano alternative: andava costruito anche a fatica un consenso, ma sulle azioni di governo. Con la truffa del bipolarismo invece il consenso si deve costruire per vincere le elezioni, non per governare. Occorre avere un voto in più dell’avversario per ottenere tutto, e quindi tutto è lecito per mettere insieme chiunque. Il singolo voto in più che fa la differenza ha una forza di ricatto ineguagliabile da alcuna forza proporzionale. Inevitabile che i partitini o analoghe realtà si moltiplichino e rendano ingovernabile il Paese. E questo è il risultato, specie in un’era di tramonto: un governo di minoranza che deve trattare volta per volta gli appoggi esterni.
Sulle riflessioni interessanti di starless
Da Starless tre spunti interessanti e veri. Ma qualche ulteriore riflessione la vorrei aggiunge. Primo: è proprio perché il pur bravo costruttore e venditore di gadget tecnologici lo puoi vedere che lo premi comprando i suoi prodotti, magari con una specie di nobel, ma da qui a trasformarlo in un'icona trascendente ce ne dovrebbe passare. Quello che funziona e piace lo compro, decide il mercato, ma idealizzarlo come un profeta di una nuova mistica, bah... eppure in certi casi è quello che avviene. Secondo: proprio per quanto detto concordo che sarebbe ragionevole preferire una ditta all'altra per meri motivi di funzionalità (anche se la mia personale esperienza con mac e pc va nella direzione opposta). è difficile però negare che in certo mondo di applisti ci sia un dogmatismo fideistico, e che la preferenza per certe multinazionali rispetto alle rivali derivi a volte da ideologie di vario genere, anche politiche, che però danno risultati irrazionali. Piccola prova ne è il caso della sinistra radicale a Roma, dove SEL ha inneggiato a Jobs, mentre Vendola ha smentito i suoi dicendo che Apple e Jobs non rappresentano la loro cultura (e qui scatta la stranezza su cui mi interrogo: com'è che diciamo la stessa cosa con Vendola?). Terzo, la fede calcistica. Giustissima osservazione. Appunto viene chiamata fede, e il discorso va esteso a tutte le forme molto terrene che però danno un'illusione di identità. è questo il punto, una società liquida, frammentata, pervasa dal pensiero debole, nella quale persone fragili cercano una identità cui attaccarsi. Mentre non si rendono conto che cercano di saziare un loro bisogno attingendo a qualcosa che non solo non li può soddisfare, ma li porta fuori strada. Ma per cercare il pelo nell'uovo, a livello personale resto sempre più stupito del fideismo in un prodotto commerciale che dell'attaccamento seppur estremo per esempio a una squadra. Il tifo sportivo c'è da sempre, e si basa comunque con una identificazione, con una emotività senza le quali non ha senso. Eccessi e degenerazioni sono frutti sbagliati di quanto dicevamo, e anche nel tifo ci vorrebbe un saggio distacco, senza però un coinvolgimento non c'è divertimento. E da una squadra non chiedo le prestazioni che chiedo a un oggetto che compro e che voglio essere libero di selezionare di volta in volta senza apriori. Dalla squadra chiedo invece emozioni. e chi è fragile tanto più il pensiero è debole, tanto più cerca emozioni forti. Sbagliando.
venerdì 7 ottobre 2011
In morte di Steve Jobs, riflessioni spot
Non mi sono mai appassionato alla Apple, mi sono spesso interrogato e ancor di più oggi, con i molti spunti che vengono dalla scomparsa di Steve Jobs. Alcuni spunti vengono da amici che ringrazio. Cerco di cavarmela con dei flash per punti, lieto se qualcuno vorrà integrare, commentare, aggiungere, criticare.
- Ho scoperto una cosa importante che non sapevo: Steve Jobs non era un Jobs. E' stato adottato. I genitori non lo volevano, ma la mamma invece di abortire lo ha dato in adozione. Oggi tutto il mondo lo piange, e tutto il mondo è un po' cambiato grazie a lui. Ogni singola vita può cambiare il mondo. Come si fa ad eliminarla senza un motivo? Quanti fili sono stati spezzati fino ad ora, che avrebbero potuto invece annodare storie importanti? Quanto bene non è stato fatto perché si è chiuso gli occhi di fronte alla vita? Dovrebbe far riflettere, non tanto le povere donne che abortiscono spesso in condizioni per loro insostenibili, quanto quei maestri di pensiero che credono che gettare una vita sia un atto di libertà. Quei maestri di pensiero propagatori di morte portano la responsabilità non solo delle vite stroncate, non solo delle donne distrutte da quella che avevano fatto credere loro fosse una valida scelta, ma portano anche la responsabilità di tutto il bene che non è stato fatto. Anche perché, come insegna il caso di Steve Jobs, chi proprio non può mantenere un figlio ha molte alternative all'aborto, a partire, anche in Italia, dalla possibilità di lasciare il bimbo in adozione.
- Uno degli aforismi che circola di più è molto suggestivo e ben pensato: il mondo è stato cambiato da tre mele, quella di Eva, quella di Newton e quella di Jobs. Complimenti a chi l'ha coniato. Ma forse meriterebbe una più profonda riflessione. Al di là della semplificazione che riduce tutto alle mele (lì è la sua forza ma anche il suo limite), l'aforisma nasconde un'insidia molto grave. Probabilmente è solo un triste frutto (mela o non mela fate voi) della superficialità, e un simbolo di come siamo ormai più ammaliati dalla apparenza delle cose purché ben markettizzate piuttosto che dalla sostanza. Ora si può discutere ma anche accettare che la mela della Apple abbia dato un contributo a cambiare il mondo. Lo stesso vale ancor più per quella di Newton (che pare sia realmente esistita anche se l'episodio è naturalmente la sintesi di una realtà ben più vasta), pur ben sapendo che le teorie di Newton si inseriscono in un contesto culturale più ampio e ricco. Ma che c'entra la mela di Adamo ed Eva (che per inciso non era affatto una mela...)? Forse quel pomo è davvero quello che più ha trasformato e trasforma il mondo. Ma ci rendiamo conto del senso di quel che si dice? E' come se si desse a quella mela un valore positivo o almeno neutro. Non c'è dubbio che c'è chi lo faccia: esaltare il pomo della ribellione a Dio, di un presunta indipendenza dell'uomo e via così. Ma sono cattivi maestri. Quel pomo è la fonte del peccato originale, dell'entrata del male nel mondo, e con esso della morte in tutte le sue forme negative. Dimenticarlo, mettere tutto sullo stesso piano la dice lunga sullo smarrimento culturale che pervade la nostra società, e di conseguenza sullo smarrimento etico. Io temo (forse esagero) che concetti come questo, vissuti da molti con simpatia e superficialità e senza nessun desiderio di affermare filosofie e rivoluzioni morali, finiscano però con l'intorbidire e intontire le coscienze, siano un messaggio subliminale che viene bevuto inconsciamente da chi non ha più la struttura critica per dire alt, stop, ma che stiamo dicendo, che significa questo? suona bene, ma poi? Non è il male eclatante quello che più spaventa le coscienze, bensì è quello strisciante che si insinua, come il serpente della mela (quella di Adamo ed Eva, non del povero Steve Jobs).
- Ultimo flash, lo giuro: mi sono sempre chiesto da cosa nascesse questo culto che c'è tra gli adepti della Apple. E sì perché non si può negare ce in molti casi ci troviamo di fronte a fenomeni parareligiosi piuttosto che a scelte di un prodotto di un mercato. Per la Apple (come in altri casi meno eclatanti) c'è in giro un certo fideismo che va molto oltre la preferenza per la funzionalità del prodotto tecnico. Dal punto di vista del marketing un altro grande successo di Steve Jobs, non c'è dubbio. Ma c'è dell'altro su cui vale la pena forse di interrogarsi. Senz'altro c'entra una contrapposizione con la Microsoft. Non so perché, in una certa fascia di popolazione scatta l'equazione Microsoft cattiva, Apple buona, come Coca Cola cattiva, Pepsi buona e via così. Mi risulta inspiegabile. Credo che in parte derivi dal successo di strategie di marketing dei secondi che così contrastano i primi. Ma quello che non riesco a capire è come sia possibile che la gente ci creda. Sono sempre multinazionali, che lottano duramente sul mercato, lanciano prodotti per accrescere il fatturato e tutto il resto. E' nel loro diritto, fanno bene e lo fanno bene. Tutte loro (tutte) avranno commesso qualcosa di non eticamente irreprensibile, tutte loro hanno fatto qualcosa di buono persino oltre la loro pura mission commerciale (per fortuna ultimamente anche la beneficenza è un buon affare). Tutte queste differenze non le vedo. Vedo semmai l'esigenza di certi ribelli per professione di trovarsi un nemico e accogliere qualsiasi avversario del proprio nemico come un santo a prescindere da tutto. Mi sembra tipico di una certa cultura no global e sinistrorsa che spesso e volentieri mi appare nella massa soprattutto ingenua e irrazionale. Ma mi chiedo se ci sia anche dell'altro. Se persino attraverso queste infatuazioni collettive non emerga il bisogno di dare fiducia, di credere, di sentirsi parte di un progetto per una missione, per un mondo migliore. Una atavica esigenza di schierarsi per il bene. E se così fosse allora mi chiedo perché questa umana esigenza si indirizzi in questo modo. Mi chiedo perché non si riesca ad andare oltre alla fidelizzazione ad un prodotto commerciale. Mi piego perché questa sete non possa spingerci più in alto, non possa scartare le illusioni delle fontanelle per andare alla sorgente. Mi chiedo perché questo mondo secolarizzato faccia meno fatica a credere nel creatore di un telefono che nel creatore dell'essere umano. Forse la connessione giusta è quella che punta più in alto.
mercoledì 5 ottobre 2011
Del bisogno di verità
Le parole del presidente Napolitano a Rimini il 21 agosto sul bisogno imprescindibile di partire sempre dalla verità, per quanto dura:
"Ebbene, abbiamo insistito tanto, e con pieno fondamento, su quel che l'Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato, e sulle grandi riserve di risorse umane e morali, d'intelligenza e di lavoro di cui disponiamo, perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.
Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l'Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo carico di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile. Nel messaggio di fine anno2008, in presenza di una crisi finanziaria che dagli Stati Uniti si propagava all'Europa e minacciava l'intera economia mondiale, dissi - riecheggiando le famose parole del Presidente Roosevelt, appena eletto nel 1932 - "l'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa". Ma dinanzi a fatti così inquietanti, dinanzi a crisi gravi, bisogna parlare - e voglio ripeterlo oggi qui, rivolgendomi ai giovani - il linguaggio della verità : perché esso "non induce al pessimismo, ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza".
Abbiamo, noi qui, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità ? Lo abbiamo fatto abbastanza, tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni, nella società, nelle famiglie, nei rapporti con le giovani generazioni? Stiamo attenti, dare fiducia non significa alimentare illusioni ; non si da fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie, minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà, ma guardandovi in faccia con intelligenza e con coraggio. Il coraggio della speranza, della volontà e dell'impegno. Dell'impegno operoso e sapiente, fatto di spirito di sacrificio e di massimo slancio creativo e innovativo."
Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l'Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo carico di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile. Nel messaggio di fine anno
Abbiamo, noi qui, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità ? Lo abbiamo fatto abbastanza, tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni, nella società, nelle famiglie, nei rapporti con le giovani generazioni? Stiamo attenti, dare fiducia non significa alimentare illusioni ; non si da fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie, minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà, ma guardandovi in faccia con intelligenza e con coraggio. Il coraggio della speranza, della volontà e dell'impegno. Dell'impegno operoso e sapiente, fatto di spirito di sacrificio e di massimo slancio creativo e innovativo."
martedì 4 ottobre 2011
Legge elettorale, referendum, domanda giusta, risposta sbagliata
Berlusconi si vanta di non occuparsi della legge elettorale (avrà altro da fare). Un milione e duecentomila cittadini hanno firmato il loro interesse all'argomento. Che l'attuale legge elettorale sia piena di difetti non è certo una scoperta. Che la soluzione sia il ritorno alla precedente legge per mezzo di uno strumento come il referendum è opinabile. Personalmente penso che anzi questo referendum sia un problema e non una soluzione.
Andiamo con ordine. La legge elettorale è un tema importante e interessante mentre l'Italia va a fondo flagellata da una crisi economica che attacca i portafogli e lo stile di vita di ciascuno di noi? Molti - tra cui a quanto pare Berlusconi e diversi opinionisti - pensano di no. Sbagliatissimo. La legge elettorale è fondamentale, nel senso più letterale possibile: sta cioè alle fondamenta di tutto. Chiariamolo: nessuna legge elettorale è perfetta, nessuna è un dogma, è giusta in assoluto. Ciascuna ha pregi e difetti e questo cambia secondo le situazioni. Uno dei difetti dei referendari è quello di vedere nel maggioritario bipolare un dogma che risolve tutti i mali. Non è e non può essere così. Ma torniamo all'idea di legge elettorale: uno Stato si basa sull'architettura delle sue istituzioni attraverso le quali si esercita la sovranità finalizzata all'organizzazione e all'amministrazione della società. Questo vale ancora di più in uno Stato democratico che deve garantire la sovranità del popolo, e quindi deve garantirne la rappresentanza e la capacità di governabilità. Inseguire i ritmi delle semplificazioni televisive dicendo che la legge elettorale non è imprtante perché non è interessante è una grave inversione. bisogna assumersi la responsabilità di spiegare ai cittadini che siccome è importante la legge elettorale deve essere considerata interessante, perché interessa da vicino ciascuno di noi. E' infatti il modo con cui si sceglie chi ci governa, e di conseguenza è la precondizione per determinare come saremo governato e cosa sarà deciso. Molti dei guai degli ultimi tempi derivano dalle cattive leggi elettorali, o almeno da esse sono stati aggravati. Persino l'attuale crisi economica, che è senz'altro internazionale, ha però un impatto più grave sull'Italia a causa della cattiva politica (quella recentissima e anche quella degli ultimi anni) che deriva dalla cattiva scelta delle persone in politica, scelta determinata dalla legge elettorale. In particolare un elemento chiave è quello del rapporto tra elettori ed eletti. Se gli eletti sono in realtà cooptati da un capo che ne detiene il destino, è chiaro che a lui risponderanno e non ai loro elettori. Se il loro futuro, la loro rielezione dipende non dal parere della gente, della comunità di appartenenza, ma dipende solo da quanto siano nelle grazie del capo onnipotente, è evidente che di questo solo si preoccuperanno, di compiacere il capo e di fare tutto quanto egli desideri. Se al contrario devono rendere conto ai loro elettori, questi hanno maggior potere di condizionarli accordandogli o revocandogli il consenso e quindi il voto. Gli eletti quindi si preoccuperanno di rappresentare chi ha in mano il loro destino, si occuperanno di fare i loro interessi. Dovrebbe quindi essere chiaro che i risultati della politica dipendono inevitabilmente anche dall'architettura istituzionale (e dal suo orientamento, cioè se è orientata verso i leader oppure al contrario verso la gente) e in ultima istanza dalla legge elettorale. Quindi per risolvere la crisi della politica (e far sì che questa contribuisca a risolvere i problemi della società) bisogna ripensare il sistema elettorale, che quindi è un tema importante e interessante.
Ma come? Da quanto detto fino adesso emerge che uno dei punti fondamentali è il tema della rappresentanza. Questa legge elettorale non garantisce la rappresentanza (oltre a drogare la pur necessaria stabilità attraverso un premio di maggioranza che sommato con i parlamentari nominati finisce per congelare la democrazia). La reazione è stata la corsa al referendum, che nelle intenzioni dei proponenti dovrebbe ripristinare la legge precedente, il cosiddetto Mattarellum, quello dei collegi maggioritari dell'uno contro uno tra candidati e una riserva proporzionale del 25%. Legittimo volere questa soluzione, e peggio del Porcellum non sarà. Però è un sistema sbagliato. Non lo dico io, che conta quel che conta, lo dice la storia degli ultimi decenni italiani. Se siamo arrivati a questo punto, se abbiamo una politica così scarsa e così poco rappresentativa, oltre che inefficace, è anche perché per diversi anni abbiamo spinto verso un bipolarismo forzato che non funziona, anzi fa danni, e veros un maggioritario che è al servizio del dogma del bipolarismo, ma non funziona. Ricordate l'esperienza del governo Prodi con tre voti di maggioranza e il conseguente fallimento? Era il prodotto perfetto di questa legge elettorale che si vorrebbe ripristinare. E anche il berlusconismo si sposa perfettamente con questa legge, che diventa un "o con me o contro di me". Il Matterellum dei collegi maggioritari spinge non ad aggregare alleanze omogenee, ma a mettere insieme improbabili carrozzoni per raggiungere un voto in più dell'avversario, costi quel che costi, anche mettendo dentro estremisti di ogni tipo e anche cedendo ai ricatti di ogni piccolo potentato locale. Questo maggioritario aumentò il numero dei partiti e fece proliferare i partiti personali. Senza dare più di tanto la scelta agli elettori, che si trovavano catapultati nei collegi candidati estranei secondo le volontà dei capipartito di far eleggere o meno tizio o caio. Non a caso questo sistema era più o meno quello dell'Italia liberale giolittiana, quella dei notabili dai grandi poteri e dalla scarsa responsabilità. Col rischio di trasformare i collegi in feudi. I sostenitori del maggioritario continuano a illudersi, nonostante la storia, che sia sufficiente calare sull'Italia il sistema elettorale britannico (per la verità scricchiolante anche sulle isole) per farci diventare tutti anglo-sassoni. Ma siamo italiani, con pregi e difetti, e quindi il sistema elettorale deve essere il più adatto a noi. Come dicevamo non ne esiste uno perfetto e sempre valido. ma forse la base proporzionale è più vicina alla nostra sensibilità, e con i giusti accorgimenti può essere anche fonte di maggior stabilità. Non siamo neanche tedeschi, ma intanto il proporzionale in Germania in sessant'anni ha dato solo otto cancellieri, e il sistema elettorale attentamente studiato (e inserito in un'architettura istituzionale che ad esempio prevede una legge sulla democrazia interna ai partiti) permette di eleggere politici che rappresentino gli elettori e a loro rispondano.
Questo referendum quindi, che nasce da un'esigenza giusta e mnolto più sentita di quanto i mezzi di comunicazione vogliano far credere, è però sbagliato nella sostanza. Non solo per il modello che ne risulterebbe. Ma anche perché è un referendum "contro": molti hanno firmato contro l'attuale pessima legge. Ma come dicevamo non basta sostituirla con una legge qual che sia. Eppure questo è il rischio. L'entusiasmo per il referendum rischia di imporre una legge elettorale che poi consacrata dalla consultazione diventa intoccabile. Se il referendum vince, quella legge, pur cattiva, ce la terremo chissà per quanto. Ma se poi il referenudm perdesse, il rischio è che il contraccolpo sia tale da giustificare e consolidare l'attuale Porcellum. Un dilemma a doppia sconfitta. L'unica via di uscita è fare una nuova migliore legge elettorale, e ai cittadini va il compito di esercitare pressione in questo senso. Le strade facili, come il referendum, non sono sempre quelle giuste. A volte l'entusiasmo può trasformarsi in pentimento. E adesso non possiamo più permettercelo.
Andiamo con ordine. La legge elettorale è un tema importante e interessante mentre l'Italia va a fondo flagellata da una crisi economica che attacca i portafogli e lo stile di vita di ciascuno di noi? Molti - tra cui a quanto pare Berlusconi e diversi opinionisti - pensano di no. Sbagliatissimo. La legge elettorale è fondamentale, nel senso più letterale possibile: sta cioè alle fondamenta di tutto. Chiariamolo: nessuna legge elettorale è perfetta, nessuna è un dogma, è giusta in assoluto. Ciascuna ha pregi e difetti e questo cambia secondo le situazioni. Uno dei difetti dei referendari è quello di vedere nel maggioritario bipolare un dogma che risolve tutti i mali. Non è e non può essere così. Ma torniamo all'idea di legge elettorale: uno Stato si basa sull'architettura delle sue istituzioni attraverso le quali si esercita la sovranità finalizzata all'organizzazione e all'amministrazione della società. Questo vale ancora di più in uno Stato democratico che deve garantire la sovranità del popolo, e quindi deve garantirne la rappresentanza e la capacità di governabilità. Inseguire i ritmi delle semplificazioni televisive dicendo che la legge elettorale non è imprtante perché non è interessante è una grave inversione. bisogna assumersi la responsabilità di spiegare ai cittadini che siccome è importante la legge elettorale deve essere considerata interessante, perché interessa da vicino ciascuno di noi. E' infatti il modo con cui si sceglie chi ci governa, e di conseguenza è la precondizione per determinare come saremo governato e cosa sarà deciso. Molti dei guai degli ultimi tempi derivano dalle cattive leggi elettorali, o almeno da esse sono stati aggravati. Persino l'attuale crisi economica, che è senz'altro internazionale, ha però un impatto più grave sull'Italia a causa della cattiva politica (quella recentissima e anche quella degli ultimi anni) che deriva dalla cattiva scelta delle persone in politica, scelta determinata dalla legge elettorale. In particolare un elemento chiave è quello del rapporto tra elettori ed eletti. Se gli eletti sono in realtà cooptati da un capo che ne detiene il destino, è chiaro che a lui risponderanno e non ai loro elettori. Se il loro futuro, la loro rielezione dipende non dal parere della gente, della comunità di appartenenza, ma dipende solo da quanto siano nelle grazie del capo onnipotente, è evidente che di questo solo si preoccuperanno, di compiacere il capo e di fare tutto quanto egli desideri. Se al contrario devono rendere conto ai loro elettori, questi hanno maggior potere di condizionarli accordandogli o revocandogli il consenso e quindi il voto. Gli eletti quindi si preoccuperanno di rappresentare chi ha in mano il loro destino, si occuperanno di fare i loro interessi. Dovrebbe quindi essere chiaro che i risultati della politica dipendono inevitabilmente anche dall'architettura istituzionale (e dal suo orientamento, cioè se è orientata verso i leader oppure al contrario verso la gente) e in ultima istanza dalla legge elettorale. Quindi per risolvere la crisi della politica (e far sì che questa contribuisca a risolvere i problemi della società) bisogna ripensare il sistema elettorale, che quindi è un tema importante e interessante.
Ma come? Da quanto detto fino adesso emerge che uno dei punti fondamentali è il tema della rappresentanza. Questa legge elettorale non garantisce la rappresentanza (oltre a drogare la pur necessaria stabilità attraverso un premio di maggioranza che sommato con i parlamentari nominati finisce per congelare la democrazia). La reazione è stata la corsa al referendum, che nelle intenzioni dei proponenti dovrebbe ripristinare la legge precedente, il cosiddetto Mattarellum, quello dei collegi maggioritari dell'uno contro uno tra candidati e una riserva proporzionale del 25%. Legittimo volere questa soluzione, e peggio del Porcellum non sarà. Però è un sistema sbagliato. Non lo dico io, che conta quel che conta, lo dice la storia degli ultimi decenni italiani. Se siamo arrivati a questo punto, se abbiamo una politica così scarsa e così poco rappresentativa, oltre che inefficace, è anche perché per diversi anni abbiamo spinto verso un bipolarismo forzato che non funziona, anzi fa danni, e veros un maggioritario che è al servizio del dogma del bipolarismo, ma non funziona. Ricordate l'esperienza del governo Prodi con tre voti di maggioranza e il conseguente fallimento? Era il prodotto perfetto di questa legge elettorale che si vorrebbe ripristinare. E anche il berlusconismo si sposa perfettamente con questa legge, che diventa un "o con me o contro di me". Il Matterellum dei collegi maggioritari spinge non ad aggregare alleanze omogenee, ma a mettere insieme improbabili carrozzoni per raggiungere un voto in più dell'avversario, costi quel che costi, anche mettendo dentro estremisti di ogni tipo e anche cedendo ai ricatti di ogni piccolo potentato locale. Questo maggioritario aumentò il numero dei partiti e fece proliferare i partiti personali. Senza dare più di tanto la scelta agli elettori, che si trovavano catapultati nei collegi candidati estranei secondo le volontà dei capipartito di far eleggere o meno tizio o caio. Non a caso questo sistema era più o meno quello dell'Italia liberale giolittiana, quella dei notabili dai grandi poteri e dalla scarsa responsabilità. Col rischio di trasformare i collegi in feudi. I sostenitori del maggioritario continuano a illudersi, nonostante la storia, che sia sufficiente calare sull'Italia il sistema elettorale britannico (per la verità scricchiolante anche sulle isole) per farci diventare tutti anglo-sassoni. Ma siamo italiani, con pregi e difetti, e quindi il sistema elettorale deve essere il più adatto a noi. Come dicevamo non ne esiste uno perfetto e sempre valido. ma forse la base proporzionale è più vicina alla nostra sensibilità, e con i giusti accorgimenti può essere anche fonte di maggior stabilità. Non siamo neanche tedeschi, ma intanto il proporzionale in Germania in sessant'anni ha dato solo otto cancellieri, e il sistema elettorale attentamente studiato (e inserito in un'architettura istituzionale che ad esempio prevede una legge sulla democrazia interna ai partiti) permette di eleggere politici che rappresentino gli elettori e a loro rispondano.
Questo referendum quindi, che nasce da un'esigenza giusta e mnolto più sentita di quanto i mezzi di comunicazione vogliano far credere, è però sbagliato nella sostanza. Non solo per il modello che ne risulterebbe. Ma anche perché è un referendum "contro": molti hanno firmato contro l'attuale pessima legge. Ma come dicevamo non basta sostituirla con una legge qual che sia. Eppure questo è il rischio. L'entusiasmo per il referendum rischia di imporre una legge elettorale che poi consacrata dalla consultazione diventa intoccabile. Se il referendum vince, quella legge, pur cattiva, ce la terremo chissà per quanto. Ma se poi il referenudm perdesse, il rischio è che il contraccolpo sia tale da giustificare e consolidare l'attuale Porcellum. Un dilemma a doppia sconfitta. L'unica via di uscita è fare una nuova migliore legge elettorale, e ai cittadini va il compito di esercitare pressione in questo senso. Le strade facili, come il referendum, non sono sempre quelle giuste. A volte l'entusiasmo può trasformarsi in pentimento. E adesso non possiamo più permettercelo.
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