Serve un Partito della nazione? Anzi, la domanda più
corretta è “serve un partito alla nazione”? “un partito per la nazione”? E, se
sì, che tipo di partito serve? Su quali basi? Queste sono domande ineludibili
che emergono con grande forza dalla realtà di fatto. Siamo in mezzo a scosse
telluriche violentissime che investono il mondo, l’Italia, l’economia, il
sistema politico. Quello che è stato finora non sarà più. Serve qualcosa di
nuovo all’altezza del mondo nuovo. Ciò che non è adeguato ai cambiamenti, che
non li comprende, che non li guida, è destinato a rimanere un rottame residuale
del post-terremoto. Quindi la prima cosa da dire con forza è questa: il partito
nuovo non è un’alchimia politica, un inguacchio di palazzo, un giochino
trasformista. È piuttosto la risposta necessaria a un’esigenza, un bisogno che
è fortemente presente nella società. I conservatori oggi sono coloro i quali
negano che il mondo stia cambiando e vorrebbero mantenere tutto come prima.
Sono i sacerdoti della seconda
repubblica, gli osannanti del bipartitismo. Di questo ha bisogno la nazione?
Bisogna stare ai fatti, e i fatti narrano del naufragio della seconda
repubblica, narrano di un mondo globalizzato radicalmente cambiato nei suoi
equilibri economici, sociali, geopolitici, registrano di una terribile
inadeguatezza della classe politica autoreferenziale affogata nel discredito e
negli scandali, di un terribile ritardo di competitività dell’Italia che va
urgentemente colmato. I fatti dicono di una grande emergenza per il Paese che
ha urgenza di seppellire i fallimenti
della seconda repubblica. E dicono che questa esigenza è così sentita e
talmente impellente da rischiare di travolgere tutto mandando tutto all’aria: è
questa l’antipolitica, vale a dire la forza distruttiva che scaturisce da
problemi veri quando manca una classe dirigente capace di incanalare le energie
verso lo sforzo costruttivo. Per questo serve un partito alla nazione. Questo
vuol dire tornare alla prima repubblica? Certamente no, vuol dire costruire la
terza. Vuol dire che non di sacerdoti arroccati in fortini funerari ha bisogno
il Paese, ma di profeti che sappiano guardare avanti. E guardare avanti vuol
dire rinnovamento. Non nuovismo, che rischia di essere solo una delle tante
ondate dello tsunami devastante. Ma di rinnovamento vero. Degli uomini,
certamente, ma più ancora della mentalità, dei meccanismi, delle coscienze.
Occorre guardare il mondo con occhi nuovi. E un elemento determinante di questa
nuova visuale è nell’organizzazione politica, che deve smettere di essere
orientata al leader e agli interessi suoi, delle sue corti e dei suoi cerchi
magici, per tornare ad essere rivolta ai cittadini. Alla nazione serve quindi
un partito che sappia convogliare nella politica, nelle istituzioni, nella
classe dirigente le forze sane del Paese, le energie vitali e morali, le migliori
capacità. Servono forze politiche capaci di esprimere il meglio dell’Italia e
di coordinare tutte le qualità che servono per rilanciare un Paese da riformare
e rilanciare, che ha ancora le potenzialità di essere leader nel mondo ma che
ha oggettivamente bruciato molte delle sue riserve dando il peggio di sé. Un
problema grave, strutturale e profondo che non si può imputare tutto alla
politica: la politica ha comunque rispecchiato una società, un paese, una
classe dirigente che ha imperversato in tutti i campi. La casta esiste, ma è il
punto più visibile di migliaia di caste presenti in Italia, ciascuna arroccata
a difender ei propri privilegi, persino certe caste di “poveri” che non vogliono
mettere in discussione quelle nicchie che si sono accaparrati, figuriamoci le
caste di chi continua a succhiare ricchi benefici ai danni della comunità.
Questo sistema di caste, di evasioni, di arrangiamenti si è profondamente
incrostato e avviluppato, e se vogliamo guardarlo con un certo disincanto ha
persino funzionato per un po’, ha creato un suo equilibrio, dove i privilegi
degli uni si equilibravano con i privilegi degli altri. Ma ora queste
incrostazioni stanno portando a fondo l’Italia, incapace di essere protagonista
in uno scenario più ampio e di crisi globale, dove quell’equilibrio tutto
interno non può più reggere. Occorre avere il coraggio di liberarsi di questi
vincoli che un tempo forse tenevano insieme le cose, oggi le soffocano.
L’antipolitica nasce anche dal senso di soffocamento che questi vincoli
scatenano in ciascuno di noi, unito al senso di panico che naturalmente viene
quando si vede sfilacciare la propria corda col giustificato timore che si
spezzi lasciandoci in campo aperto mentre magari le altre non si spezzano e il
Paese continua a essere protetto da questo gomitolo di privilegi, ma io no. Per
questo l’antipolitica spinta da queste comprensibili ma irrazionali paure
scatena solo un arabbia che vuole incendiare tutto, ma non è in grado di
trovare quel bandolo della matassa che permette di sciogliere i nodi e
rilanciare il paese senza bruciarlo insieme alle corde stesse. Per riuscire in
questo invece occorre una nuova consapevolezza nel Paese, dell’impegno di
tutti, ma anche e soprattutto di una classe dirigente capace di portare avanti
con tenacia ed equità questi mutamenti rivoluzionari. Serve la competenza, il
merito, la partecipazione delle forze sociali, della società civile, di tutti
coloro che osano guardare avanti e possibilmente lontano. E servono anche i
politici, quelli seri, quelli bravi, quelli onesti. Perché fare di tutta l’erba
un fascio è un grave errore. Perché la politica è una tecnica che se non
richiede la nascita di una casta di professionisti esclusivi richiede senz’altro
l’impegno di persone competenti non solo nelle loro materie, ma anche nella
materia della politica in quanto tale. Perché la democrazia ha bisogno di
partiti. Partiti seri, onesti, capaci di essere la cinghia di trasmissione
della partecipazione dei cittadini alla politica. Quindi serve un partito di
questo tipo alla nazione. Serve più che mai. Serve un partito della nazione. Un
partito dei competenti, degli onesti, delle forze sane della società civile,
dei responsabili, di quelli che hanno a cuore il bene comune e la sorte della
nazione. Questo partito necessariamente deve avere anche un’identità, non può
essere un ectoplasma di buone intenzioni. È finita quell’epoca. La politica è
scelta, e questo partito deve essere capace di scegliere. Quindi al limite ben
venga se queste caratteristiche dovessero averle più di un nuovo partito. Ma
noi occupiamoci del nostro campo, che è il più vasto e il più radicato. Per
mobilitare le forze che abbiamo citato, per aggregare, per stimolare, per
chiedere sacrifici, questo partito deve avere una grande ispirazione ideale. Questo
vuol dire che si devono delineare dei valori di riferimento. E questi valori di
riferimento non possono che essere i valori prevalenti degli italiani, quelli
del moderatismo e del dialogo, della responsabilità e dell’impegno, ma anche
più nel dettaglio quelli della economia sociale di mercato e della visione
antropologica dell’uomo di ispirazione cristiana. Che non vuol dire un partito
confessionale o un partito dei cattolici, in senso esclusivo. È anzi necessario
che si tratti di un partito laico ma nel senso più nobile del termine, non
certo di un partito laicista o di un partito radicale di massa che imponga a un
popolo il modo di vedere di una elite. Questo partito deve trovare le sue radici
nella storia dei grandi movimenti popolari italiani, dei grandi leader, della
stessa essenza della nazione ma anche dell’Europa, quei valori che danno senso
e identità al nostro Paese e al nostro impegno. Quei valori di ispirazione
laicamente cristiana su cui possono convergere le migliori personalità del
Paese. Che poi è quello che sta naturalmente succedendo. Casini e Buttiglione
inseguono da lungo tempo questo progetto. Le forze sociali, produttive,
lavorative lo guardano con attenzione. I movimenti politici più intelligenti di
questi giorni, di queste ore non possono non orientarsi in questa direzione,
basti leggere i contenuti del documento presentato ieri da Pisanu e dagli altri
senatori. Certo, anche tra i membri di questo governo ci può essere chi sente
assonanza con questa linea. Perché no? Sono tecnici, nel senso di persone
competenti e non assorbite dalla partitocrazia morente. Ma questo non vuol dire
che non possano avere proprie idee, e che non vogliano nel futuro continuare a
mettere la loro competenza ed esperienza al servizio del Paese. Non c’è nulla
da scandalizzarsi, c’è da rispettare ciascuno ruoli, momenti, percorsi. Ma che
all’Italia serva un partito così, un partito per la nazione, pochi lo possono
mettere in dubbio, forse solo quelli che ne sono l’antitesi, cioè da un lato i
nuovi antipolitici del “tutto all’aria” e dall’altro i vecchi antipolitici
della seconda repubblica. Di questi la nazione non ha bisogno.
La verità vi farà liberi (Gv.8,32). Liberi e forti (don Sturzo). Il nostro mondo ha bisogno di un'inversione a U. Ma di un'inversione che sia conversione. Conversione del cuore. Conversione alla verità. Per essere liberi. E poiché liberi, forti.
sabato 21 aprile 2012
lunedì 16 aprile 2012
Io ho un sogno. L'antipolitica no.
Io ho un sogno. L’antipolitica no. I partiti hanno dimenticato come si sogna. Si faccia avanti chi ha un sogno. Un sogno per il bene comune, una visione di una società futura, un progetto per un mondo migliore. Un sogno al cui servizio vale la pena di impegnarsi, contribuire. Questa dovrebbe essere la politica. E poiché non si può costruire da soli la società e non si possono mettere gli infiniti sogni individuali gli uni contro gli altri, allora ecco che serve un’organizzazione della polis, dello spazio comune, cioè della politica. I sogni simili si confrontano, si incontrano, si mettono insieme, e i sognatori uniscono le forze per spiegare i loro sogni ad altri cittadini, per convincerli, coinvolgerli, ottenere la loro adesione a quei sogni. Questo ruolo dovrebbero svolgerlo i partiti, per questo compito esistono: elaborare una visione condivisa del bene comune, un progetto di società, i programmi per il futuro. Invece i partiti hanno abdicato a questo ruolo, e troppi sono entrati in politica per fare carriera, non per impegnarsi nella condivisione di un sogno. I partiti sono diventati qualcosa di diverso. Ci sono i partiti pragmatici, che si adattano alle condizioni e cercano solo di risolvere le questioni trovando di volta in volta il modo di tirare avanti. Forse sono il meno peggio, ma sono comunque qualcosa che non ha grande tensione morale ma solo la necessità di auto perpetuarsi. Se mancano i valori, gli ideali, l’etica, manca il quadro di riferimento all’interno del quale fare politica, orientare alla luce del sole le proprie scelte. Poi ci sono i “catch all party”, detto all’americana, cioè i grandi contenitori politici che vogliono il consenso di tutti, e cercano di arrivare al 51% per sconfiggere gli avversari. Anche questi partiti non sono una tragedia, però sono ben lontani dall’incarnare l’impegno per un sogno: sono partiti mobili, mutevoli, pronti a dire tutto e il contrario di tutto, a cercare di compiacere tutti, a cambiare posizione secondo il mutare delle convenienze, a inseguire i sondaggi, ad avere come unico punto di riferimento l’opinione pubblica. Che garanzia possono dare questi partiti per la costruzione del futuro? E che garanzia di onestà possono dare se rifiutano ogni valore di riferimento, ogni metro di giudizio? Certo, la disonestà può allignare ovunque, ma certo il campo d’azione preferito dagli uomini grigi e dagli opportunisti è il relativismo. Ci sono poi i partiti tribù: i fedeli del capo, del gruppo di potere consolidato, con una banda di seguaci abbastanza stabile e consistente capace di far pesare la propria influenza;che si tratti di un partito personale o di una corrente, anche in non molti in quanto realtà solida e coesa, nella disaffezione generale, sono in grado di portare un potente contributo elettorale e di potere, e di risultare decisivi nelle formazioni delle maggioranza elettorali. Questi gruppi danno una certezza: hanno sempre un prezzo (politico?) per il loro sostegno. E certo non sono partiti che hanno un sogno, una visione, un ideale. Progetti sì, quelli ben definiti, ma difficilmente sono per il bene comune. Magari sono legittimi e qualche volta casualmente utili, ma non è questa la politica che serve all’Italia. Eppure è la politica che prevale, che ben si innesta anche tra le pieghe degli altri modelli di partito e di fare politica che prevalgono oggi. E – va detto forte e chiaro – ben si inserisce anche nel canale dell’antipolitica. L’antipolitica è una cosa seria, che va presa sul serio. I partiti e le istituzioni non devono sottovalutarla. L’antipolitica non è una novità, e in passato spesso ha trionfato, e ha portato ad esiti tragici. Quasi tutte le derive peggiori di tutte le rivoluzioni derivano dall’uscita fuori controllo dell’antipolitica. E così l’instaurarsi dei peggiori regimi, e anche la nascita e lo sviluppo del terrorismo, di cui la cultura dell’antipolitica è il brodo di coltura ideale. Persino al-Qaeda nasce dall’antipolitica, da quella rivolta contro la cattiva politica dei Paesi arabi e islamici. Se tutto va male, se niente funziona, se non si ha voce in capitolo, se si è ridotti in condizioni penose, se non c’è altra strada per cambiare, l’unica soluzione sembra essere scatenare la rabbia, fino anche all’estremo della violenza: se niente va bene, vada tutto all’aria. Questo sentimento estremo va compreso. Non giustificato, ma compreso. Se le cose vanno male, e vanno male, se il potere è scadente, corrotto, distante, e lo è, se il proprio ruolo è percepito come irrilevante e impotente, allora è facile seguire i peggiori istinti per farsi valere. Se poi ci sono “profeti” che gettano benzina sul fuoco al solo scopo di alimentare i peggiori istinti, di cavalcare la rabbia, il gioco è fatto. Ma l’antipolitica ha un difetto genetico terribile e incurabile: è “contro”. L’antipolitica è scontenta di quello che c’è, e magari ha persino ragione, ma al di là di confuse velleità non ha un sogno, non ha un percorso per realizzarlo, non ha capacità di gestire e organizzare le forza, non sa e non può chiedere impegno e sacrifico per realizzarlo. Bisogna capire che l’antipolitica nasce dal giusto orrore per quanto di male ha fatto la politica ultimamente (o meglio, un po’ di antipolitica e molta insoddisfazione sono connaturate alla democrazia, ma il livello di adesso no, quello è patologico). Capire e porre rimedio: questo devono fare i partiti, che sono l’unico vero strumento di democrazia. Devono tornare a fare i partiti, cioè ad essere i canali di partecipazione democratica, avere un sogno, un ideale, una visione di società verso la quale orientarsi. Devono aprire le porte a chi questo sogno condivide, e a chi può dare dei contributi per migliorarlo e per realizzarlo. E devono spiegarlo alla gente, per convincerla. Devono tornare ad essere il canale di partecipazione dei cittadini alla politica. Non nuovismo, ma certo rinnovamento, porte aperte a chi ha voglia e capacità di impegnarsi. Ha chi intende spendere energie per stare tra la gente e spiegare che Italia si vuole. I politici devono essere rivolti ai cittadini, non ai capicordata. Devono essere trasparenti. Devono essere i primi a controllare chi vi entra e a denunciare le mele marce, cosa che si può fare solo attraverso un severo controllo diffuso tra chi partecipa. Questa è la politica, il servizio ai cittadini, e i partiti sono il canale. L’antipolitica ha solo il fascino del fuoco: può anche distruggere cose orribili che lo meritano, ma dopo restano solo ceneri.
giovedì 5 aprile 2012
Calcioscommesse, partite truccate e Pasqua di Resurrezione
"Se Cristo non è risorto vana è la nostra predicazione e vana è anche la vostra fede" (1Cor.14)
Ancora uno scandalo scuote il mondo del calcio. Ancora una volta partite truccate, risultati falsati, interessi illeciti di pochi a determinare l'esito del campionato. Succede spesso, in continuazione negli ultimi decenni. Non so perché non riusciamo a fare a meno di appassionarci (me per primo) a questo sport: ormai i segnali che ci dicono che è più una recita che una competizione ci sono tutti. Ma persino in questo la passione, la fiducia nel bene e la speranza vincono su tutto, nonostante tutto.
Non è di questo che voglio parlare, ma mi sembrava un buono spunto. Uno spunto per parlare di un'altra partita truccata e della vittoria della speranza. Non trovo una metafora migliore. La partita truccata è la nostra vita, ma - sia chiaro - lo è a nostro favore. Nulla a che vedere con predestinazione, destino, oroscopi e altre sciocchezze simili. La partita della vita ce la dobbiamo giocare noi, la dobbiamo sudare fino in fondo. Ma le regole della partita sono strane. C'è un trucco finale, un colpo di scena. Comunque vada, in fondo a tutto risplende la luce della resurrezione. Nella nostra lotta quotidiana le difficoltà sono tante, il buio ci assale, le nubi incombono, la paura ci attanaglia, le preoccupazioni tentano di aprire la strada alla disperazione, il male sembra vincere. Il male morale, il male fisico, il male dell'andamento della nostra vita. Il male a volte, forse spesso, sembra invincibile, sembra il principe di questo mondo. Sembra avere una forza sovrumana, e infatti ce l'ha. Come possiamo noi umani combatterlo? Dobbiamo, e possiamo. Perché c'è una forza ancora superiore che nasce da una tomba vuota. Gesù è risorto, Gesù è Dio, Gesù mette la sua forza al nostro fianco. Al fianco, non al posto nostro. Ma questa forza finale ha vinto la morte, il peccato, il male. Il male gioca la sua partita sulla terra tentando di sopraffarci. Ma un'altra forza lo ha già sconfitto, ha già vinto per noi quella stessa partita. Dobbiamo solo accogliere quella forza, spalancarle le porte. A noi sta di giocare la nostra partita, di confrontarci col male, sapendo di essere inadeguati, ma di essere stati trasformati dall'amore di Cristo in esseri invincibili. Sì, lo so, è un imbroglio, ma quanto mi piace questo imbroglio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Le tenebre non prevarranno. La scommessa sul nostro futuro è garantita, è sicura. Basta giocare.
Questo è il mio augurio di Pasqua. Un imbroglio di cui non dobbiamo vergognarci. La vita è dura, le difficoltà ci stringono, è inevitabile. Anche quando l'oscurità sembra prevalere (e sappiamo che anche questi sono tempi difficili e di tentazione), auguro a tutti noi di avere bene accesa nel cuore la luce vittoriosa della Resurrezione.
Ancora uno scandalo scuote il mondo del calcio. Ancora una volta partite truccate, risultati falsati, interessi illeciti di pochi a determinare l'esito del campionato. Succede spesso, in continuazione negli ultimi decenni. Non so perché non riusciamo a fare a meno di appassionarci (me per primo) a questo sport: ormai i segnali che ci dicono che è più una recita che una competizione ci sono tutti. Ma persino in questo la passione, la fiducia nel bene e la speranza vincono su tutto, nonostante tutto.
Non è di questo che voglio parlare, ma mi sembrava un buono spunto. Uno spunto per parlare di un'altra partita truccata e della vittoria della speranza. Non trovo una metafora migliore. La partita truccata è la nostra vita, ma - sia chiaro - lo è a nostro favore. Nulla a che vedere con predestinazione, destino, oroscopi e altre sciocchezze simili. La partita della vita ce la dobbiamo giocare noi, la dobbiamo sudare fino in fondo. Ma le regole della partita sono strane. C'è un trucco finale, un colpo di scena. Comunque vada, in fondo a tutto risplende la luce della resurrezione. Nella nostra lotta quotidiana le difficoltà sono tante, il buio ci assale, le nubi incombono, la paura ci attanaglia, le preoccupazioni tentano di aprire la strada alla disperazione, il male sembra vincere. Il male morale, il male fisico, il male dell'andamento della nostra vita. Il male a volte, forse spesso, sembra invincibile, sembra il principe di questo mondo. Sembra avere una forza sovrumana, e infatti ce l'ha. Come possiamo noi umani combatterlo? Dobbiamo, e possiamo. Perché c'è una forza ancora superiore che nasce da una tomba vuota. Gesù è risorto, Gesù è Dio, Gesù mette la sua forza al nostro fianco. Al fianco, non al posto nostro. Ma questa forza finale ha vinto la morte, il peccato, il male. Il male gioca la sua partita sulla terra tentando di sopraffarci. Ma un'altra forza lo ha già sconfitto, ha già vinto per noi quella stessa partita. Dobbiamo solo accogliere quella forza, spalancarle le porte. A noi sta di giocare la nostra partita, di confrontarci col male, sapendo di essere inadeguati, ma di essere stati trasformati dall'amore di Cristo in esseri invincibili. Sì, lo so, è un imbroglio, ma quanto mi piace questo imbroglio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Le tenebre non prevarranno. La scommessa sul nostro futuro è garantita, è sicura. Basta giocare.
Questo è il mio augurio di Pasqua. Un imbroglio di cui non dobbiamo vergognarci. La vita è dura, le difficoltà ci stringono, è inevitabile. Anche quando l'oscurità sembra prevalere (e sappiamo che anche questi sono tempi difficili e di tentazione), auguro a tutti noi di avere bene accesa nel cuore la luce vittoriosa della Resurrezione.
lunedì 26 marzo 2012
Governo Monti, l'emergenza non è finita, la cura è dolorosa ma salva la vita
“Oltre il governo Monti per l’Italia c’è il baratro. Riflettano attentamente quelli che manovrano per far tornare la vecchia politica. È chiaro che ci sono grandi resistenze da parte di quelli che nella vecchia politica hanno costruito il loro potere e oggi hanno paura di affrontare il vento del cambiamento. Bisogna invece andare avanti. È un momento in cui tutti devono tenere i nervi saldi e privilegiare l’interesse nazionale rispetto agli interessi dei partiti”. Lo ha detto con chiarezza il presidente dell’UDC Rocco Buttiglione, come sempre in perfetta sintonia con Pierferdinando Casini, che a sua volta ripete continuamente che l’emergenza non è finita, i problemi del’Italia non si possono risolvere certo in quattro mesi, e comunque nessuna forza politica è in grado di farlo da sola: “Siamo nel mezzo di un’emergenza che non è finita. In qualche mese questo Governo è riuscito a fare quello che gli altri governi, quelli del mitico bipolarismo, non hanno fatto rinviando i problemi. Noi siamo impegnati dal mattino alla sera a fare gli sminatori per cercare di fare andare avanti tranquillo Monti. C’è chi tira da una parte e chi tira dall’altra, se si continua così il Governo prima o poi entra in crisi sul serio e sarebbe un atto di irresponsabilità allo stato puro”.
Il messaggio sembrerebbe compreso e condiviso, e proprio nelle ultime ore sono arrivate molte conferme in tal senso. A parole, che sono meglio di niente, ma bisognerà vedere i fatti. Il rischio al momento è altissimo. I fattori “destabilizzanti” che offrono sponda alle fazioni più irresponsabili sono molti. Le elezioni amministrative prossime venture, ovviamente, che come ogni campagna elettorale dividono e infuocano il clima, legittimamente, ma pericolosamente. Non si può neanche ignorare il fuoco di fila di certi mass media, che da una parte registrano doverosamente le tensioni esistenti nei partiti, anche quelle sommerse, ma dall’altra a volte giocano in prima persona a drammatizzare la situazione politica, sia per accrescere le loro vendite, sia per l’abitudine ad anni di militanza faziosa, sia perché forse stanchi della sobrietà poco spendibile di un governo serio. Poi c’è la riforma del lavoro, senz’altro tema particolarmente sensibile ma come un po’ tutti quelli che questo governo è costretto a toccare per risanare il Paese. E infine, ultimo ma non ultimo, c’è il grave problema del fatto che adesso inizia ad arrivare sugli italiani il vero impatto delle manovre varate nei mesi e negli anni scorsi. Se cioè si stanno mettendo le basi per la ripresa, gli effetti concreti della crisi è ora che cominciano a impattare, sono le buste paga di questa difficile primavera a scendere, sono i costi della spesa a salire, e adesso arriverà anche l’IMU e probabilmente l’aumento dell’IVA. È normale che gli italiani siano spaventati e preoccupati, e anche arrabbiati. Il punto è che non si può certo dare la colpa della malattia al dottore che cerca di curarla. Eppure questo è lo sport principale più in voga in Italia: facile aspettarsi che tanti politicanti nostalgici della vecchia politica fallimentare ma che ha garantito loro il potere rincorrano il populismo e alimentino gli istinti più bassi dei cittadini. Ma non è questo quello che ci porterà fuori dalla crisi, non è questo quello che devono fare delle forze politiche responsabili. I partiti devono avere il coraggio di fare delle scelte e di assumersi la responsabilità delle scelte che fanno, e l’unica scelta seria in questo momento è quella di proseguire nella politica di riforma e sobrietà del governo Monti. Sta proprio ai partiti responsabili fare il contrario di quello che fanno i politicanti irresponsabili: garantire stabilità al governo e spiegare con tenacia le buone ragioni ai cittadini che hanno tutto il diritto di sentirsi turbati. Per questo bisogna togliere le mine dal cammino del governo. Ma ci sono dei seri nemici al presente, e questi sono il passato e il futuro. Se infatti questo presente serve proprio a garantire un futuro all’Italia, altri invece lavorano in questo presente solo pensando con grande miopia al proprio egoistico futuro. E per quanto riguarda il passato, è dura ammettere che i costi salati che ora si devono pagare sono colpa non dell’esattore di turno, ma di chi negli anni passati ha fatto debiti e ha fatto precipitare la situazione. Ecco dunque che se quei responsabili del passato pensano solo a costruirsi un passaporto per il loro futuro, è inevitabile che a farne le spese saranno il presente, la verità e l’Italia.
Ma la speranza che la responsabilità prevalga è sempre viva. Che ci si renda conto che solo tutte insieme le forze politiche responsabili e riformiste possano affrontare i decennali problemi dell’Italia, il rilancio dell’economia, la costruzione di un quadro istituzionale e politico meglio funzionante, la sfida determinante della competitività.
Lo dicono anche i leader di PD e PDL. Alfano ha confessato di aver messo in conto “di pagare un dazio al governo” in termini di minori consensi. Alla lunga sarà premiato, se terrà la barra dritta. Se invece il suo partito scade in schermaglie per approfittare delle difficoltà del PD e per difendere i propri interessi ad esempio in Rai, se continua a pensare che sia determinante l’asse con la Lega che è su posizioni opposte e demagogiche su tutto quello che riguarda il governo Monti, allora il PDL è responsabile solo a parole, solo a intermittenza, solo quando si discute di provvedimenti che gli convengono, ma si mette di traverso in tutti gli altri casi. E lo stesso discorso in modo speculare vale per il PD. Bersani ieri in direzione ha confermato il sostegno al governo, e ha detto anche di non essere contro la riforma del lavoro ma solo per migliorarla. E lo stesso per le altre riforme, a partire da quella elettorale. “Nessuna persona ragionevole può pensare di buttare giù il Governo, dice D’Alema. Tutto giusto, se il PD avrà la forza e il coraggio di confermarlo nei fatti. Solo il tempo sarà galantuomo. Ma per prima cosa il tempo bisogna darlo all’Italia e quindi al governo Monti. Difficile capire come qualcuno oggi possa pensare di tramare per mandare all’aria tutta la politica di rigore e serietà per prepararsi a ricostruire un governo dell’Italia affidato alla vecchia alleanza PDL-Lega o a quella PD-IDV-SEL.
martedì 13 marzo 2012
Censis, i valori degli italiani: famiglia, religione, bellezza
C’era un altro ennesimo spread che il governo Monti doveva riuscire a ridurre. Oltre agli spread tra titoli di stato italiani e tedeschi, allo spread tra competitività dell’Italia e degli altri Paesi, allo spread tra partiti di cui ha parlatolo stesso Monti, c’è anche uno spread tra politica e società, tra classe dirigente e popolo. È uno spread facile da capire se si pensa all’antipolitica montante e allo scarsissimo indice di fiducia nei partiti. Ma in realtà c’è di più, molto di più. L’antipolitica è solo una delle espressioni più visibili ma anche estreme di questo senso di estraneità. Una certa dose di antipolitica c’è sempre stata ed è forse endemica; oltretutto non c’è da stupirsi se ultimamente sia cresciuta enormemente, non solo per gli ultimi sviluppi e per i troppi agitatori, ma anche per quanto seminato in tanti anni contro il “teatrino della politica” tanto dall’ondata di tangentopoli quanto da quelli che le sono succeduti, dall’estrema sinistra al grillismo ai girotondini, dal berlusconismo al leghismo al feltrismo. Però c’è a mio avviso una questione molto più profonda che per l’ennesima volta risalta dall’indagine Censis per i 150 anni dell’Italia – ma scommetto che sarà pressoché ignorata dalla maggioranza dei mass media. Il punto è che c’è uno spread socio-culturale tra il popolo italiano e la sua classe dirigente, tra come sono gli italiani e come sono rappresentati. C’è una presunta elite italiana molto molto autoreferenziale, che si incontra solo al suo interno, che gareggia a farsi vedere nei soliti giri giusti, che pontifica da ogni pulpito, che decide cosa deve essere detto e cosa no, e questa cerchia ristretta (ma non ristrettissima) non ha alcun contatto con il Paese reale. Eppure questa elite saccente pretende di essere l’unica vera interprete di cosa interessi o non interessi a popolo, di cosa la gente debba occuparsi e di cosa no, di quello in cui deve credere e cosa sia tabù, cosa sia il politicamente corretto da imporre e cosa sia da considerarsi “arretrato”. Questo distacco dalla realtà si evidenzia ogni qual volta i politici possono agire nel totale disinteresse di quello che pensano i cittadini e sono autoreferenziali o al massimo rispondono al capo che dispone del loro destino, ogni qual volta i mass media scelgono un’agenda dei temi importanti guardando alle elucubrazioni dei giornalisti e agli ordini di chi comanda, ogni qual volta il divario economico e sociale tra questi privilegiati e gli altri si allarga a dismisura, ogni volta che televisione e cinema ci presentano come normali e giusti modelli che sono assolutamente minoritari e marginali e spesso persino sgraditi nella società, ogni volta che certi temi “progressisti” (e spesso non è questione di destra o sinistra ma appunto di questo club autoreferenziale trasversale) vengono imposti al dibattito pubblico ma poi alla prova dei fatti si dimostrano quanto di più lontano dal sentimento degli italiani. E si potrebbe continuare.
Ecco, il governo Monti si trova ad avere a che fare anche con questo spread. E non è una cosa facile da affrontare. Però vedremo subito che non solo ne ha i mezzi, ma anche la giusta sintonia. Cominciamo dai problemi: si potrebbe obiettare che questo governo di tecnici, di professori, di gente che guadagna molto sia quanto di più lontano dalla gente comune. In realtà non è così. Certo, ci può essere un problema di comunicazione, di sintonizzazione a livello epidermico (anche perché il rapporto tra governo e cittadini deve comunque faticosamente passare attraverso il filtro di quella cerchia di cui abbiamo parlato e che ovviamente oppone resistenza). Ma a livello più profondo la sintonia è molto forte, e lo dimostrano anche i sondaggi, per quel che conta. Diciamolo, questo governo chiede pesanti sacrifici, e tutti hanno di che lamentarsi. Però poi il livello di consenso, fiducia e credibilità di questo governo resta altissimo tra gli italiani. Perché? Perché appunto la sintonia è più profonda, va oltre i singoli provvedimenti e le cose dell’immediato. Questo è un governo che non guarda al proprio interesse, che non si limita alle questioni di sopravvivenza, che non vuole piacere ad ogni costo; è un governo che si rimbocca le maniche, che affronta i problemi, che cercare di risollevare l’Italia, di dare prospettive di futuro, che si richiama ai valori fondamentali degli italiani. Sappiamo bene che è un governo composito dove non tutti la pensano allo stesso modo su molte cose, e anche su molti valori fondamentali. Ma hanno in comune quella serietà, quella coscienza dei problemi che gli italiani chiedono. Ecco, possiamo dire che non solo questo governo è più in sintonia di altri col sentire degli italiani, e non solo che l’insediamento di questo governo facilita il ritorno a una vicinanza tra classe dirigente e popolo mettendo da parte gli anni di carnevale (da una parte e dall’altra) e favorendo anche il risveglio degli stessi cittadini che non si può negare si fossero comunque abbandonati alla deriva della seconda repubblica. Ma si può forse dire che questo governo è anche il frutto del fatto che nonostante i tentativi di imporre modelli alternativi la corrente principale, a volte sotterranea, che percorre la società italiana è una corrente di valori profondi, di serietà, di impegno. Quando la crisi della elite raggiunge il culmine e lo spread cresce, questa corrente riemerge in superficie, e se le manifestazioni più visibili sono quelle dell’antipolitica, quelle maggioritarie sono invece la richiesta di impegno e serietà diffuse tra gli italiani e che ora sono incarnate dal governo Monti. Non a caso i valori profondi principali degli italiani sono molto molto lontani dalla rappresentazione che ne fanno i media e da quanto incarna un certo ceto politico: famiglia, qualità della vita, religione, bellezza, Italia, cultura, lavoro. Questa è l’Italia vera, quella su cui devono aprire gli occhi politici e giornalisti. Ed è un’Italia che al di là delle sfumature crede in se stessa, nella solidità, nel rilancio, nell’impegno solidale. Attenzione che chi la disegna diversamente, pur avendo torto all’inizio, non riesca alla fine a rovinarla imponendo un modello snaturante. Il governo Monti sembra quello più adatto a riportare l’Italia alla sua vera natura, in modo da farla tornare vincente.
mercoledì 7 marzo 2012
Partito dei tecnici o competenza nella politica?
Il partito dei tecnici prenderebbe il 22 per cento dei voti, porterebbe più gente a votare, e starebbe praticamente alla pari con PD e PDL ai quali toglierebbe consensi. È il risultato di un sondaggio realizzato da Ipr Marketing per Repubblica. Peccato però che il partito dei tecnici non esista, non esisterà e non potrà esistere. E posta in questo modo la vicenda, come spiegheremo, è un controsenso totale. Ma in un altro senso è invece un segnale importante e interessante, e in un certo modo è anche un segnale di speranza.
Andiamo per ordine. Il partito dei tecnici non esiste e non può esistere perché la caratteristica tipica dei partiti (stando alla scienza politica) è quella di presentarsi alle elezioni, la caratteristica dei tecnici è quella di non presentarsi alle elezioni. Un partito sottopone agli elettori un programma, delle idee, dei riferimenti culturali, dei progetti e in base a questi chiede di essere giudicato e scelto e quindi di avere il consenso necessario a rappresentare una fetta di società. Per i tecnici è esattamente il contrario: non svolgono un ruolo di rappresentanza, ma viene richiesta per un periodo limitato la loro competenza specifica che devono prestare nel modo più asettico possibile e più distaccato dalle parti politiche e dalle fazioni. Certo, sappiamo tutti che anche i tecnici hanno giustamente e legittimamente le loro idee politiche e le loro aree culturali di provenienza (e comunque nel caso del governo Monti le idee politiche sono notoriamente variegate tanto da rendere comunque improbabile una convergenza in un unico partito politico), ma nel loro lavoro è caratteristicamente chiesto loro di tenere da parte questa loro visione personale e di limitarsi ad applicare le loro competenze. Al contrario ai politici è richiesto proprio di agire in conseguenza delle loro idee e delle loro visioni che sono state approvate dagli elettori.
Questo esclude che ci possa essere di nuovo un governo tecnico nella prossima legislatura? No, anche se appare improbabile (più probabile semmai una grande coalizione con apporti tecnici). Sarebbe però, come ora, un governo di tecnici nominato dai partiti politici. Domanda solo apparentemente più complessa: questo esclude che gli attuali tecnici si candidino alle elezioni? Certamente no. Come tutti i cittadini hanno pieni diritti politici. Il fatto è che quando dovessero scegliere di entrare in politica non sarebbero più tecnici ma politici, in quanto avranno scelto una parte, una linea, delle idee, e le avranno sottoposte al giudizio degli elettori.
E qui veniamo agli spunti di riflessione positivi. È un gran bene che in Italia ci sia sete di competenza. L’unica cosa vera che indica il sondaggio è che gli italiani sono stanchi di questo sistema di partiti, di questa politica, e vogliono un rinnovamento e un rinnovamento che sia basato sulla competenza. Lo stesso sondaggio dice che se i tecnici si presentassero alle elezioni l’astensionismo calerebbe di quindici punti percentuali. Non è poco.
E non è neanche qualcosa di molto diverso di quello cha da anni va dicendo l’UDC. La politica del bipolarismo muscolare, dei parlamentari nominati in base alla fedeltà al capo, la politica del pro o contro pregiudiziali è fallita e ha portato l’Italia sull’orlo del baratro. Occorre recuperare una politica dei contenuti, delle competenze. Una politica che tenga ben vivo il cordone ombelicale con la società civile. Una politica che sappia assumersi le responsabilità di essere sovrana sulle scelte ma al contempo riconosca i propri limiti, soprattutto di fronte alla logica, alla matematica, all’etica. I partiti devono rinnovarsi in questa direzione. Altrimenti moriranno. Verranno sostituiti da altri partiti, o da altre realtà non ben definibili e per questo non necessariamente migliori per il funzionamento della democrazia. I partiti oggi come oggi sono molto screditati davanti all’opinione pubblica, ma questo anche perché hanno perso la loro capacità di essere la cinghia di trasmissione tra i cittadini e le istituzioni. E di essere guida responsabile, invece che limitarsi a inseguire il consenso e magari i sondaggi di opinione. Se dici agli italiani quello che vogliono sentirsi dire, magari li fai contenti sul momento, ma alla lunga non risolvi ma aggravi i problemi, non svolgi il tuo ruolo di classe dirigente, e prima o poi ci si accorge che sei inutile. Se invece hai idee e competenze da portare avanti e fai la fatica di spiegarle e mostri i risultati, puoi anche non accontentare tutti però svolgi la tua missione e ottieni il credito per la rappresentanza. Quindi questo devono fare i partiti, inserendo competenze e idee al loro interno, e rappresentanti tecnici che non sono profeti infallibili ma politici con una visione supportata da capacità ed esperienza. E ancor più i partiti devono quindi aprirsi a un rapporto osmotico con la società civile, con le realtà vitali del Paese, le realtà produttive, del mondo del lavoro, dell’associazionismo, del volontariato, del mondo cattolico. Esattamente il progetto che persegue da tempo l’UDC ma che ora deve mettere in pratica. Questo è l’unico partito dei tecnici che può funzionare e che gli italiani aspettano. Se non lo farà quel Terzo Polo che ha prima di tutti compreso, avviato e sostenuto questo progetto, rischia che finisca per farlo qualcun altro.
martedì 28 febbraio 2012
ICI e scuole cattoliche: ci sarà un motivo perché si chiamano paritarie?
Le scuole che saranno esenti dall’Imu saranno quelle che “svolgono la propria attività con modalità concretamente ed effettivamente non commerciali”. Vale a dire, per provare a spiegare nel concreto e in modo semplice, quelle che investiranno l’avanzo di bilancio, cioè l’utile, per migliorare l’offerta scolastica, il servizio di istruzione. Quindi non a fine di lucro. Una norma che verrà stabilita per legge. Lo ha spiegato ieri il premier Mario Monti in commissione Industria del Senato. Questa, ha detto Monti, è la risposta “chiara e inequivoca”. La materia dell’Ici sulla Chiesa “non era facile, forse non era stata affrontata per molti anni. Spero di essere riuscito a definire questa delicata materia in modo che la riponga, in futuro, al riparo da qualsiasi polemica su una interpretazione distorta”. Da parte del Governo e delle istituzioni c’è “la piena e convinta determinazione a considerare il problema dell’esatta incidenza” dell’Imu sulle Chiesta “senza
pregiudizi o approcci ideologici di qualsiasi derivazione”.
E sull’approccio ideologico alla tematica occorre riflettere per un Paese civile. Servizio pubblico. Lo Stato lo deve assicurare. E mantenere. Per questo servono le tasse. Ma se le tasse vanno a colpire il servizio pubblico danneggiandolo, diminuendone i servizi e accrescendo le spese dello Stato tanto che i denari da spendere dopo un provvedimento finanziario sono molto superiori a quelli che da quel provvedimento si intende recuperare, allora è un non-senso. E questo cortocircuito è quello che rischiava di diventare protagonista della nuova situazione sull’applicabilità dell’IMU ai beni - diciamo così ma vedremo che è inesatto - “religiosi”. La questione descritta dai mass media come quella dell’ICI della Chiesa è (potrebbe essere, ma speriamo che non lo sarà) in realtà una questione ben più grave, perché riguarda il sistema dell’educazione, è un attacco al sistema dell’istruzione. Vediamo perché. Primo: la Chiesa l’Ici la paga eccome. Basti pensare che il secondo e terzo contribuente a Roma sono l’APSA e Propaganda Fide. Inoltre su tutta la galassia delle esenzioni quella riferibile al mondo cattolico è solo una parte, che diventa una parte minima se si fa riferimento alle realtà ecclesiali. Questa era già la situazione a prima delle ultime polemiche, quelle sì ancora ideologiche. Ci poteva essere qualche abuso? Certo, come in tutte le attività umane, ma la Conferenza Episcopale si è sempre schierata dalla parte dello Stato e del pagamento delle tasse quando dovute, invitando a condurre accertamenti verso eventuali scorrettezze da sanzionare. Esisteva però anche una parte di potenziali equivoci, dovuta a quella famosa formula “non esclusivamente” che da ogni parte si è riconosciuto meritevole di ulteriori chiarimenti. E a quei chiarimenti il governo ha lavorato. Quali saranno gli effetti concreti e i confini della misura è ancora un po’ da verificare, visto che il provvedimento è in corso d’opera. Però qualche indicazione inizia a emergere con maggior chiarezza. E qui è arrivato il momento di entrare nello specifico. Con un rapido accenno alla questione del no profit: assurdo tassare le realtà sociali e benefiche, l’esempio classico è quello delle mense per i poveri. Ma veniamo al nodo delle scuole. Non ci stupisce scoprire che in questi giorni ci sia stato, più da parte della stampa e dei soliti noti che dal governo, un attacco ideologico e pregiudiziale. Un attacco ricco di disinformazione, controsensi e irrazionalità, come del resto accade da decenni in tutte le manifestazioni contro la scuola cattolica. Bisogna intanto ricordare che cattoliche sono meno della metà delle scuole private, e che per quanto riguarda almeno le scuole cattoliche non esiste più il concetto di scuola privata, ma di servizio pubblico di iniziativa privata, cioè le scuole paritarie, che fanno parte integrante del sistema nazionale di istruzione. Per deideologizzare la vicenda bisognerebbe tener sempre presenti alcuni dati ufficiali e sempre palesemente a disposizione di tutti, ma sempre tenacemente ignorati in questi ragionamenti: le scuole paritarie del servizio pubblico d’istruzione fanno scuola a un milione di ragazzi, ma cosa ancor più importante per questo tipo di ragionamento, a fronte dei tanto avversati 500 milioni scarsi di finanziamento che lo Stato offre, le scuole paritarie fanno risparmiare annualmente allo Stato 6 miliardi e 250 milioni. Senza contare che le scuole pubbliche già costano allo Stato 44 miliardi. Ecco, 6 miliardi e rotti risparmiati a fronte di pochi, pochissimi spiccioli racimolati con l’IMU: ha senso? E se l’imposizione ideologica dell’Imu voluta da alcuni fosse così pesante per le scuole paritarie da portare – come già ventilato da più parti – alla loro chiusura, quale vantaggio ne avrebbe lo Stato, chiamato a tirar fuori strutture e servizi e più di sei miliardi per fornire l’obbligatorio servizio dell’istruzione a una enorme quantità di studenti italiani?
Tutto questo quindi fuori di ogni ideologia ma solo su calcoli economici. Senza scadere nell’ideologia si potrebbe poi entrare nel merito della qualità del servizio. La critica alle scuole paritarie come scuole dei ricchi è totalmente infondata e da rovesciare: basta fare in modo non di penalizzarle ma al contrario di favorire la partecipazione degli studenti a quelle scuole. Il tutto inserito in un contesto che garantisce costituzionalmente la libertà di educazione. E richiamando la fondamentale centralità dell’educazione e dell’istruzione: non è solo il Papa Benedetto XVI a richiamare costantemente la gravità dell’emergenza educativa, nella formazione di persone e cittadini prima ancora che di cristiani. È anche la società a lamentare la crisi educativa che investe una scuola che non dà quanto dovrebbe e mina così il futuro: nella scuola bisogna investire di più e meglio, non danneggiare pregiudizialmente le realtà che funzionano meglio.
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