lunedì 16 aprile 2012

Io ho un sogno. L'antipolitica no.

Io ho un sogno. L’antipolitica no. I partiti hanno dimenticato come si sogna. Si faccia avanti chi ha un sogno. Un sogno per il bene comune, una visione di una società futura, un progetto per un mondo migliore. Un sogno al cui servizio vale la pena di impegnarsi, contribuire. Questa dovrebbe essere la politica. E poiché non si può costruire da soli la società e non si possono mettere gli infiniti sogni individuali gli  uni contro gli altri, allora ecco che serve un’organizzazione della polis, dello spazio comune, cioè della politica. I sogni simili si confrontano, si incontrano, si mettono insieme, e i sognatori uniscono le forze per spiegare i loro sogni ad altri cittadini, per convincerli, coinvolgerli, ottenere la loro adesione a quei sogni. Questo ruolo dovrebbero svolgerlo i partiti, per questo compito esistono: elaborare una visione condivisa del bene comune, un progetto di società, i programmi per il futuro. Invece i partiti hanno abdicato a questo ruolo, e troppi sono entrati in politica per fare carriera, non per impegnarsi nella condivisione di un sogno. I partiti sono diventati qualcosa di diverso. Ci sono i partiti pragmatici, che si adattano alle condizioni e cercano solo di risolvere le questioni trovando di volta in volta il modo di tirare avanti. Forse sono il meno peggio, ma sono comunque qualcosa che non ha grande tensione morale ma solo la necessità di auto perpetuarsi. Se mancano i valori, gli ideali, l’etica, manca il quadro di riferimento all’interno del quale fare politica, orientare alla luce del sole le proprie scelte. Poi ci sono i “catch all party”, detto all’americana, cioè i grandi contenitori politici che vogliono il consenso di tutti, e cercano di arrivare al 51% per sconfiggere gli avversari. Anche questi partiti non sono una tragedia, però sono ben lontani dall’incarnare l’impegno per un sogno: sono partiti mobili, mutevoli, pronti a dire tutto e il contrario di tutto, a cercare di compiacere tutti, a cambiare posizione secondo il mutare delle convenienze, a inseguire i sondaggi, ad avere come unico punto di riferimento l’opinione pubblica. Che garanzia possono dare questi partiti per la costruzione del futuro? E che garanzia di onestà possono dare se rifiutano ogni valore di riferimento, ogni metro di giudizio? Certo, la disonestà può allignare ovunque, ma certo il campo d’azione preferito dagli uomini grigi e dagli opportunisti è il relativismo. Ci sono poi i partiti tribù: i fedeli del capo, del gruppo di potere consolidato, con una banda di seguaci abbastanza stabile e consistente capace di far pesare la propria influenza;che si tratti di un partito personale o di una corrente, anche in non molti in quanto realtà solida e coesa, nella disaffezione generale, sono in grado di portare un potente contributo elettorale e di potere, e di risultare decisivi nelle formazioni delle maggioranza elettorali. Questi gruppi danno una certezza: hanno sempre un prezzo (politico?) per il loro sostegno. E certo non sono partiti che hanno un sogno, una visione, un ideale. Progetti sì, quelli ben definiti, ma difficilmente sono per il bene comune. Magari sono legittimi e qualche volta casualmente utili, ma non è questa la politica che serve all’Italia. Eppure è la politica che prevale, che ben si innesta anche tra le pieghe degli altri modelli di partito e di fare politica che prevalgono oggi. E – va detto forte e chiaro – ben si inserisce anche nel canale dell’antipolitica. L’antipolitica è una cosa seria, che va presa sul serio. I partiti e le istituzioni non devono sottovalutarla. L’antipolitica non è una novità, e in passato spesso ha trionfato, e ha portato ad esiti tragici. Quasi tutte le derive peggiori di tutte le rivoluzioni derivano dall’uscita fuori controllo dell’antipolitica. E così l’instaurarsi dei peggiori regimi, e anche la nascita e lo sviluppo del terrorismo, di cui la cultura dell’antipolitica è il brodo di coltura ideale. Persino al-Qaeda nasce dall’antipolitica, da quella rivolta contro la cattiva politica dei Paesi arabi e islamici. Se tutto va male, se niente funziona, se non si ha voce in capitolo, se si è ridotti in condizioni penose, se non c’è altra strada per cambiare, l’unica soluzione sembra essere scatenare la rabbia, fino anche all’estremo della  violenza: se niente va bene, vada tutto all’aria. Questo sentimento estremo va compreso. Non giustificato, ma compreso. Se le cose vanno male, e vanno male, se il potere è scadente, corrotto, distante, e lo è, se il proprio ruolo è percepito come irrilevante e impotente, allora è facile seguire i peggiori istinti per farsi valere. Se poi ci sono “profeti” che gettano benzina sul fuoco al solo scopo di alimentare i peggiori istinti, di cavalcare la rabbia, il gioco è fatto. Ma l’antipolitica ha un difetto genetico terribile e incurabile: è “contro”. L’antipolitica è scontenta di quello che c’è, e magari ha persino ragione, ma al di là di confuse velleità non ha un sogno, non ha un percorso per realizzarlo, non ha capacità di gestire e organizzare le forza, non sa e non può chiedere impegno e sacrifico per realizzarlo. Bisogna capire che l’antipolitica nasce dal giusto orrore per quanto di male ha fatto la politica ultimamente (o meglio, un po’ di antipolitica e molta insoddisfazione sono connaturate alla democrazia, ma il livello di adesso no, quello è patologico). Capire e porre rimedio: questo devono fare i partiti, che sono l’unico vero strumento di democrazia. Devono tornare a fare i partiti, cioè ad essere i canali di partecipazione democratica, avere un sogno, un ideale, una visione di società verso la quale orientarsi. Devono aprire le porte a chi questo sogno condivide, e a chi può dare dei contributi per migliorarlo e per realizzarlo. E devono spiegarlo alla gente, per convincerla. Devono tornare ad essere il canale di partecipazione dei cittadini alla politica. Non nuovismo, ma certo rinnovamento, porte aperte a chi ha voglia e capacità di impegnarsi. Ha chi intende spendere energie per stare tra la gente e spiegare che Italia si vuole. I politici devono essere rivolti ai cittadini, non ai capicordata. Devono essere trasparenti. Devono essere i primi a controllare chi vi entra e a denunciare le mele marce, cosa che si può fare solo attraverso un severo controllo diffuso tra chi partecipa. Questa è la politica, il servizio ai cittadini, e i partiti sono il canale. L’antipolitica ha solo il fascino del fuoco: può anche distruggere cose orribili che lo meritano, ma dopo restano solo ceneri.

Nessun commento:

Posta un commento