mercoledì 5 ottobre 2011

Del bisogno di verità

Le parole del presidente Napolitano a Rimini il 21 agosto sul bisogno imprescindibile di partire sempre dalla verità, per quanto dura:
"Ebbene, abbiamo insistito tanto, e con pieno fondamento, su quel che l'Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato, e sulle grandi riserve di risorse umane e morali, d'intelligenza e di lavoro di cui disponiamo, perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.
Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l'Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo carico di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile. Nel messaggio di fine anno 2008, in presenza di una crisi finanziaria che dagli Stati Uniti si propagava all'Europa e minacciava l'intera economia mondiale, dissi - riecheggiando le famose parole del Presidente Roosevelt, appena eletto nel 1932 - "l'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa". Ma dinanzi a fatti così inquietanti, dinanzi a crisi gravi, bisogna parlare - e voglio ripeterlo oggi qui, rivolgendomi ai giovani - il linguaggio della verità : perché esso "non induce al pessimismo, ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza".
Abbiamo, noi qui, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità ? Lo abbiamo fatto abbastanza, tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni, nella società, nelle famiglie, nei rapporti con le giovani generazioni? Stiamo attenti, dare fiducia non significa alimentare illusioni ; non si da fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie, minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà, ma guardandovi in faccia con intelligenza e con coraggio. Il coraggio della speranza, della volontà e dell'impegno. Dell'impegno operoso e sapiente, fatto di spirito di sacrificio e di massimo slancio creativo e innovativo."

martedì 4 ottobre 2011

Legge elettorale, referendum, domanda giusta, risposta sbagliata

Berlusconi si vanta di non occuparsi della legge elettorale (avrà altro da fare). Un milione e duecentomila cittadini hanno firmato il loro interesse all'argomento. Che l'attuale legge elettorale sia piena di difetti non è certo una scoperta. Che la soluzione sia il ritorno alla precedente legge per mezzo di uno strumento come il referendum è opinabile. Personalmente penso che anzi questo referendum sia un problema e non una soluzione.
Andiamo con ordine. La legge elettorale è un tema importante e interessante mentre l'Italia va a fondo flagellata da una crisi economica che attacca i portafogli e lo stile di vita di ciascuno di noi? Molti -  tra cui a quanto pare Berlusconi e diversi opinionisti - pensano di no. Sbagliatissimo. La legge elettorale è fondamentale, nel senso più letterale possibile: sta cioè alle fondamenta di tutto. Chiariamolo: nessuna legge elettorale è perfetta, nessuna è un dogma, è giusta in assoluto. Ciascuna ha pregi e difetti e questo cambia secondo le situazioni. Uno dei difetti dei referendari è quello di vedere nel maggioritario bipolare un dogma che risolve tutti i mali. Non è e non può essere così. Ma torniamo all'idea di legge elettorale: uno Stato si basa sull'architettura delle sue istituzioni attraverso le quali si esercita la sovranità finalizzata all'organizzazione e all'amministrazione della società. Questo vale ancora di più in uno Stato democratico che deve garantire la sovranità del popolo, e quindi deve garantirne la rappresentanza e la capacità di governabilità. Inseguire i ritmi delle semplificazioni televisive dicendo che la legge elettorale non è imprtante perché non è interessante è una grave inversione. bisogna assumersi la responsabilità di spiegare ai cittadini che siccome è importante la legge elettorale deve essere considerata interessante, perché interessa da vicino ciascuno di noi. E' infatti il modo con cui si sceglie chi ci governa, e di conseguenza è la precondizione per determinare come saremo governato e cosa sarà deciso. Molti dei guai degli ultimi tempi derivano dalle cattive leggi elettorali, o almeno da esse sono stati aggravati. Persino l'attuale crisi economica, che è senz'altro internazionale, ha però un impatto più grave sull'Italia a causa della cattiva politica (quella recentissima e anche quella degli ultimi anni) che deriva dalla cattiva scelta delle persone in politica, scelta determinata dalla legge elettorale. In particolare un elemento chiave è quello del rapporto tra elettori ed eletti. Se gli eletti sono in realtà cooptati da un capo che ne detiene il destino, è chiaro che a lui risponderanno e non ai loro elettori. Se il loro futuro, la loro rielezione dipende non dal parere della gente, della comunità di appartenenza, ma dipende solo da quanto siano nelle grazie del capo onnipotente, è evidente che di questo solo si preoccuperanno, di compiacere il capo e di fare tutto quanto egli desideri. Se al contrario devono rendere conto ai loro elettori, questi hanno maggior potere di condizionarli accordandogli o revocandogli il consenso e quindi il voto. Gli eletti quindi si preoccuperanno di rappresentare chi ha in mano il loro destino, si occuperanno di fare i loro interessi. Dovrebbe quindi essere chiaro che i risultati della politica dipendono inevitabilmente anche dall'architettura istituzionale (e dal suo orientamento, cioè se è orientata verso i leader oppure al contrario verso la gente) e in ultima istanza dalla legge elettorale. Quindi per risolvere la crisi della politica (e far sì che questa contribuisca a risolvere i problemi della società) bisogna ripensare il sistema elettorale, che quindi è un tema importante e interessante.
Ma come? Da quanto detto fino adesso emerge che uno dei punti fondamentali è il tema della rappresentanza. Questa legge elettorale non garantisce la rappresentanza (oltre a drogare la pur necessaria stabilità attraverso un premio di maggioranza che sommato con i parlamentari nominati finisce per congelare la democrazia). La reazione è stata la corsa al referendum, che nelle intenzioni dei proponenti dovrebbe ripristinare la legge precedente, il cosiddetto Mattarellum, quello dei collegi maggioritari dell'uno contro uno tra candidati e una riserva proporzionale del 25%. Legittimo volere questa soluzione, e peggio del Porcellum non sarà. Però è un sistema sbagliato. Non lo dico io, che conta quel che conta, lo dice la storia degli ultimi decenni italiani. Se siamo arrivati a questo punto, se abbiamo una politica così scarsa e così poco rappresentativa, oltre che inefficace, è anche perché per diversi anni abbiamo spinto verso un bipolarismo forzato che non funziona, anzi fa danni, e veros un maggioritario che è al servizio del dogma del bipolarismo, ma non funziona. Ricordate l'esperienza del governo Prodi con tre voti di maggioranza e il conseguente fallimento? Era il prodotto perfetto di questa legge elettorale che si vorrebbe ripristinare. E anche il berlusconismo si sposa perfettamente con questa legge, che diventa un "o con me o contro di me". Il Matterellum dei collegi maggioritari spinge non ad aggregare alleanze omogenee, ma a mettere insieme improbabili carrozzoni per raggiungere un voto in più dell'avversario, costi quel che costi, anche mettendo dentro estremisti di ogni tipo e anche cedendo ai ricatti di ogni piccolo potentato locale. Questo maggioritario aumentò il numero dei partiti e fece proliferare i partiti personali. Senza dare più di tanto la scelta agli elettori, che si trovavano catapultati nei collegi candidati estranei secondo le volontà dei capipartito di far eleggere o meno tizio o caio. Non a caso questo sistema era più o meno quello dell'Italia liberale giolittiana, quella dei notabili dai grandi poteri e dalla scarsa responsabilità. Col rischio di trasformare i collegi in feudi. I sostenitori del maggioritario continuano a illudersi, nonostante la storia, che sia sufficiente calare sull'Italia il sistema elettorale britannico (per la verità scricchiolante anche sulle isole) per farci diventare tutti anglo-sassoni. Ma siamo italiani, con pregi e difetti, e quindi il sistema elettorale deve essere il più adatto a noi. Come dicevamo non ne esiste uno perfetto e sempre valido. ma forse la base proporzionale è più vicina alla nostra sensibilità, e con i giusti accorgimenti può essere anche fonte di maggior stabilità. Non siamo neanche tedeschi, ma intanto il proporzionale in Germania in sessant'anni ha dato solo otto cancellieri, e il sistema elettorale attentamente studiato (e inserito in un'architettura istituzionale che ad esempio prevede una legge sulla democrazia interna ai partiti) permette di eleggere politici che rappresentino gli elettori e a loro rispondano.
Questo referendum quindi, che nasce da un'esigenza giusta e mnolto più sentita di quanto i mezzi di comunicazione vogliano far credere, è però sbagliato nella sostanza. Non solo per il modello che ne risulterebbe. Ma anche perché è un referendum "contro": molti hanno firmato contro l'attuale pessima legge. Ma come dicevamo non basta sostituirla con una legge qual che sia. Eppure questo è il rischio. L'entusiasmo per il referendum rischia di imporre una legge elettorale che poi consacrata dalla consultazione diventa intoccabile. Se il referendum vince, quella legge, pur cattiva, ce la terremo chissà per quanto. Ma se poi il referenudm perdesse, il rischio è che il contraccolpo sia tale da giustificare e consolidare l'attuale Porcellum. Un dilemma a doppia sconfitta. L'unica via di uscita è fare una nuova migliore legge elettorale, e ai cittadini va il compito di esercitare pressione in questo senso. Le strade facili, come il referendum, non sono sempre quelle giuste. A volte l'entusiasmo può trasformarsi in pentimento. E adesso non possiamo più permettercelo.

mercoledì 28 settembre 2011

Cattolici, interlocutori, impegno politico

Un partito dei cattolici? O un partito in dialogo con i cattolici, un partito laico di ispirazione cristiana? Il fermento nel mondo cattolico va di pari passo con la crisi della politica, e le parole del cardinal Bagnasco lunedì segnano una tappa importante di questo percorso. Per i cattolici non è più il momento di stare a guardare e delegare ad altri la guida della società. E questo vuol dire anche politica. In che modo, è da vedere. Ma certo il protagonismo attivo in politica è diventato un’urgenza. Finora, con i progetti del PDL e del PD (sembra antiquariato, ma siamo ad appena tre anni fa), il mondo cattolico si era illuso di poter vivere un ruolo protetto sotto l’ala di altri, magari riuscendo a mettere a segno qualche colpo sulle cose più importanti, soprattutto esercitando un diritto di veto su alcune tematiche specialmente di bioetica. I valori non negoziabili. Ma ora molto sta cambiando. Prima di tutto in politica. È evidente il fallimento del PDL e del PD, e in particolare il fallimento di Berlusconi. È altrettanto evidente l’irrilevanza cui i politici cattolici sono condannati in quelle condizioni. Persino il potere di veto si erode, perché a forza di stare sulla difensiva si arretra ogni giorno di un passo, e il fronte tiene solo fino a quando qualche singolo politico di buona volontà dà il sangue per impedire che crolli tutto. Ma poi le crepe si vedono. Esemplare e illuminante il caso dell’ordine del giorno (insensato e inconcludente) sulla presunta ICI che la Chiesa dovrebbe pagare oltre quello che fa: i cattolici del PD lo hanno appoggiato compatti, quelli del PDL (e anche della Lega) si sono astenuti permettendo che fosse approvato. Solo l’UDC si è opposto compatto a questo esercizio di infondato anticlericalismo. E questa è già una plastica risposta su chi può e deve interloquire con il mondo cattolico. Secondo punto: i cattolici non riescono ad essere propositivi. A parole tutti condividono i temi di fondo, ma poi in Parlamento non succede niente. Si pensi alla famiglia: tutti ne parlano per chiedere voti, ma poi nel concreto cosa è stato fatto in suo favore? Nulla, anzi è stata tartassata dalle ultime manovre. Anche qui, solo l’UDC ha tenuto una posizione ferma e costante nel chiedere di mettere la famiglia al centro delle politiche di sviluppo e di quelle fiscali. Gli altri fanno i sordi. Questo però non è solo colpa dei politici: evidentemente la società civile cattolica ha almeno in parte smarrito la sua capacità di farsi ascoltare. Ed è questa che deve recuperare. Un movimento che ridia forza di massa critica alle diverse attivissime realtà di ispirazione cattolica. Ma un movimento che è chiamato ad assumersi delle responsabilità: perché per avere peso oltre ad essere compatto deve essere anche capace di fare delle scelte. Scelte sugli obiettivi, ma anche scelte sugli interlocutori. Si può parlare con tutti, ma si deve privilegiare chi condivide la stessa ispirazione e porta avanti le stesse battaglie. In questo senso è innegabile che l’UDC sia in prima fila, pronto e lieto a diventare interlocutore di questo movimento dei movimenti. Il mondo cattolico deve accettare di riconoscere degli interlocutori privilegiati a patto che questi ne rappresentino le istanze, e l’UDC deve aprirsi ancor di più a queste istanze, anche preparandosi a diventare il fulcro di una cosa rinnovata e più ampia. Un qualcosa che abbia un rapporto vitale con la società civile di ispirazione cristiana, una forte osmosi con veri interscambi di idee, programmi e anche di persone. Rendendo forte e chiara la propria ispirazione cristiana, non confessionale ed apertissima ai laici, ma chiaramente identificabile, nel senso sturziano che è nelle sue radici e nel senso crociano di radici culturali cristiane comuni anche ai non credenti.

lunedì 26 settembre 2011

Vasco, io e Dio

Incredibile. Vasco Rossi parla di me sulla sua ormai famosissima pagina di facebook. Come fare a restare indifferenti? Andiamo con ordine. Il rocker si riferisce al mio precedente post, che ha letto sul quotidiano Liberal (complimenti all'ufficio stampa, non gli sfugge niente). E mi cita su fb:
"‎(s)consigli di lettura:
non riesco a tener dietro a tutte le idiozie che leggo sui giornali. pare che ogni pubblicista sia diventato opinionista...e straparli su di me.
ve ne segnalo oggi solo due:
giorgio comaschi e la sua delicata, mielosa, inutile e falsa Lettera ...sul Carlino
e un certo osvaldo baldacci ...che....scrive e delira su "liberal" ....con titoli da capogiro...."La caduta degli eroi"...(!?) che...visto che cita LadyGaga, Amy Winehouse e il sottoscritto avrebbe almeno dovuto essere "La caduta degli DEI"!!"

Wow. Che dire. "Non riesco a tener dietro a tutte le idozie che leggo sui giornali". Saranno tante, tantissime. E tra tutte sceglie proprio di parlare di me. Idiozia per idiozia, se davvero sono tante, il fatto che abbia scelto proprio la mia non è male. Siccome non è certo l'autore che conta, sarà mica il contenuto che lo ha colpito? Interessante. Confesso di interrogarmi a mia volta su Vasco. Istintivamente lo avverso. Rappresenta e propugna il contrario di quello che io credo invece sia utile al mondo. E non lo nasconde: lui non vuole essere utile, crede che nulla sia utile. E' qui la differenza profonda tra noi due. Con la differenza che io come una formica presuntuosa mi batto per fare la mia parte, lui invece che predica il disimpegno e il nichilismo ha in realtà una grande responsabilità che gli deriva dai tanti che gli danno retta. Volente o nolente è un modello, quello che canta diventa un riferimento. Ed è, a mio avviso, un cattivo riferimento. Ma non tutto è perduto.
Questo blog vuole parlare di libertà: beh, non è la libertà come la intende Vasco Rossi, non è la libertà che canta ne "I soliti", non è la libertà che possa vivere divorziata dalla responsabilità. Credo di avere la libertà di pensarlo. Senza offesa per nessuno. Anche se lui mi sembra un po' permalosetto, visto che se la è presa per poche righe su due paginoni di un giornale che non lo citava né nei titoli, né nei sommari né nelle foto. Era solo un inciso, o forse sarà proprio questo che lo ha indispettito?
Poi mi resta un dubbio: non può essere mica arrivato proprio alla frutta, piuttosto tutto sommato riesce ad essere simpaticamente autoironico, vero? Se la prende col titolo (che per la verità non è mio: io nel post sul blog comunque avevo fatto riferimento a lui con la vita spericolata): "La caduta degli Eroi? visto che cita LadyGaga, Amy Winehouse e il sottoscritto avrebbe almeno dovuto essere 'La caduta degli DEI'!", scrive Vasco. Scusate se è poco... spero sinceramente per lui che facesse il simpatico, perché se invece ci credesse... No, non può essere, è autoironico, va apprezzato.
E poi Vasco spiegami... Parli di Dei? ma se tu dici di non crederci? Sarà questo il corto circuito che ti sta facendo soffrire? Credi di essere un dio in cui non credi? "Ti prego perdonami se non ho più la fede in te Ti faccio presente che Ho quasi finito Ho quasi finito anche la pazienza che ho con me" canti rivolto a Dio nel "Manifesto futurista della nuova umanità". Un manifesto prevede il desiderio di indicare un modello. Quindi si può dissentire da quel manifesto. Ma forse non serve. Forse con le tue contrastanti posizioni personali di queste settimane e delle ultime canzoni stai mettendo in mostra una grande lotta con te stesso, stai dicendo che c'è una parte di te ribelle a quello che ostinatamente continui a propagandare. Che è arrivato il momento di un bilancio vero sul senso profondo della vita. Forse con un ultimo ostinato rifiuto di Dio stai affermando che lo cerchi disperatamente. Che vuoi trovare quella pace e quella serenità che non ti ha dato la vita da rockstar da cui ti sei dimesso. "Abbiamo frequentato delle pericolose abitudini E siamo vivi quasi per miracolo". Ancora il soprannaturale? Sicuro che quelle pericolose abitudini ti abbiano soddisfatto? O piuttosto ti hanno lasciato una grande immenso vuoto dentro che oggi cerchi disperatamente di riempire? Quando la vita chiede di fare i conti, quali abitudini vuoi suggerire di frequentare ai tuoi giovani fan? L'abitudine del disprezzo per la vita o l'abitudine di cercare Dio? "Sarà difficile Non fare degli errori Senza l’aiuto Di potenze Superiori". E' difficile anche con il Suo aiuto, per la verità. Ma se non pensiamo di essere noi il dio al centro dell'universo, se ammettiamo i nostri limiti, il nostro essere creature e creature fallibili, la fatica è più sostenibile e soprattuto acquista un senso, "dare un senso a questa vita" che un senso ce l'ha. E quel Dio allora, quello al centro dell'Universo, che sta lì per noi, diventa non un rivale, non un vuoto, ma un grande sostegno che col suo amore ci riempie. Anche se tu Vasco non credi in lui, Lui crede in te, fino all'ultimo.

sabato 24 settembre 2011

Vita spericolata o vita sacrificata? Eroi quotidiani e modelli antieroici

Fortunato il Paese che non ha bisogno di eroi. L’Italia non è un Paese fortunato, perché ne ha molto bisogno. E per di più è doppiamente sfortunata perché non riesce più a capire quali siano i veri eroi, e spesso preferisce tributare onori sballati a chi invece è dall’altra parte, sulla riva degli antieroi, dei modelli negativi. Sarebbe ora di rimettere le cose a posto, rimettere ordine nella scale dei valori. È solo con una rinascita morale che l’Italia può salvarsi. Questa crisi economica e di crescita è soprattutto e prima di tutto una crisi di valori, e da lì bisogna ripartire per uscirne.
È per questo che si può considerare eroe Ennio Lupparelli, il 68enne investito martedì sera a San Basilio (Roma) dallo scippatore che aveva appena derubato sua moglie. Ennio non ce l’ha fatta, i medici hanno constatato la morte cerebrale. Ennio e sua moglie Anna, a passeggio per il quartiere in attesa di raggiungere peggio doveva ancora alcuni amici a cena, si sono imbattuti nel loro aggressore, un pregiudicato romano di 33 anni che si è avvicinato ai due pensionati a bordo della sua Panda rossa strappando la borsetta dalle mani della signora Anna. Ha poi tentato la fuga imboccando però una strada chiusa, così nel tornare indietro si è visto sbarrare la strada da Ennio che cercava di reagire: non ci ha pensato troppo e lo ha investito, uccidendolo. Per una borsetta. La famiglia ha autorizzato la donazione degli organi. Cosa ha fatto di eroico Ennio? Già vedo qualcuno dire che forse non ne valeva la pena, che non è stato furbo, e che comunque lo ha fatto per difendere gli affari suoi. E poi ci sarà qualcun altro che andrà oltre, e dirà che la vera vittima è il pregiudicato, che è stato svantaggiato dalla società, che forse non sapeva come tirare avanti, come sfamare la famiglia o chissà che altro. E no, basta con questo rovesciamento di ruoli. Certo la crisi morde, la società è problematica, l’emarginazione è ingiusta e pericolosa, a tutti bisognerebbe trovare il modo di dare l’opportunità di raddrizzare la propria vita. Ma se questo manda in confusione tutti i punti di riferimento, se il buonismo diventa una vera e propria corruzione morale, bisogna dare l’altolà. L’eroe è Ennio, che aveva il sacrosanto diritto di non vedersi strappati via i risparmi, che non doveva vedere la moglie alla mercé di un balordo. Aveva il sacrosanto diritto di essere vivo, e i suoi familiari avevano il sacrosanto diritto di averlo a fianco. È un eroe perché non ha fatto cose spettacolari, clamorose. Ma ha compiuto un gesto di ordinaria quotidianità, e lo ha fatto forse in tutta la sua vita. Quel giorno quel gesto gli è costato la vita. Ha reagito. Non si è rassegnato. Non è l’aver affrontato lo scippatore che ne fa un eroe, ma il suo rifiuto di rassegnarsi a un mondo ostile, cinico, prepotente. Il suo rifiuto di essere complice del fatto che le cose vadano così, e tiriamo a campare. Ha visto un’opportunità di non cedere imbellamente, e lo ha fatto. Che sia morto è una responsabilità che ricade su tutti noi, non certo su di lui, che senz’altro pensava a ben altro esito della sua piccola eroica azione.

Insieme a lui sempre a Roma vanno ricordate le donne che hanno avuto più fortuna, ma che anch’esse meritano una menzione: sempre di scippo si tratta, stavolta al quartiere Balduina. Un uomo ha tentato di derubare una donna: “Quando ho visto quell’uomo - racconta Marcella, la donna che è intervenuta e l’ha fermato - che metteva le braccia intorno al collo di una signora ho iniziato a gridare e gli sono corsa dietro per fermarlo. Ho pensato che se quella donna fosse stata mia figlia avrei voluto che qualcuno la aiutasse. In molti avevano assistito alla scippo ma prima delle mie urla nessuno si era mosso per dare una mano alla signora. Fortunatamente il ladro è inciampato così ho avuto il tempo di raggiungerlo e trattenerlo per qualche secondo attraverso la tracolla del borsello che aveva con sé. A quel punto sono arrivate altre donne che lo hanno tenuto fermo fino all’intervento della polizia. Ecco un’altra eroina, che ha capito un meccanismo elementare, la solidarietà che è vicendevole. Certo, si è eroi ad applicare una cosa tanto elementare perché troppi intorno a noi rifuggono da questo: pensa ai fatti tuoi, pensano e ci ripetono, ci insegnano continuamente. Un individualismo che dà poi i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Non è così che il mondo può funzionare, non è così che l’Italia può ritrovare la sua spina dorsale.

Stiamo facendo un’apologia dell’antiscippo? È questo un grande appello a ribellarsi agli scippatori? Non è questa l’intenzione, non chiediamo a nessuno di mettersi a rischio fuori luogo. È un esempio, una grande metafora, che va ben oltre l’episodio e la casistica specifica. È la reazione contro la rassegnazione, è l’invito a prendersi ciascuno la propria parte di responsabilità per se stessi e per gli altri. E anche un invito a rivedere le nostre categorie mentali per rimettere ordine nei nostri modelli di riferimento. Non si diventa eroi per caso. Non auguriamo a nessuno di diventare eroe, vorrebbe dire che si trova in una situazione estrema. Ma la possibilità di diventarlo, la capacità di esserlo, matura solo attraverso la quotidianità, le piccole cose della vita, le scelte di ogni giorno, i valori in cui si crede. Questo sì che è importante, questo sì che siamo chiamati a esercitare.

E allora riflettiamo, chi sono gli eroi di oggi? La cronaca ogni giorno ci dà adito a riflettere su questo, a farci questa domanda. E se guardiamo i mass media è particolarmente evidente come i modelli che ci vengono proposti sono drammaticamente fuorvianti, sbagliati. Sta allora alla nostra capacità critica rimettere le cose a posto, fare nel nostro piccolo gli eroi non rassegnandoci ai modelli imposti e cambiando le cose. Gli eroi di oggi sono i modelli tv? Sono i tronisti, le veline, i personaggi da reality? Sono le loro vite, le vite di chi ad ogni costo frequenta il mondo dello spettacolo? O persino quelle di grandi atleti (tanto di cappello per i meriti sportivi, ma nella vita?). Sono questi i riferimenti, quelli che vorremmo trasmettere ai nostri figli? Oppure i veri eroi sono altri, che appunto tirano la carretta giorno dopo giorno nell’anonimato m e hanno un solo tesoro, ma il più prezioso la loro dignità intatta?

Pensiamo ai giovani. Se si guarda a cosa raccontano i media, i giovani sono solo quelli di sesso, droga e rock’n’roll. Gli ballati del sabato sera. Quelli che si sentono eroici perché trasgrediscono, fanno a gara a chi si fa più persone, chi si ubriaca, chi fa la follia più assurda, più estrema, anche per la strada. Quelli che hanno la testa imbottita dei modelli televisivi. Ma chi è il vero eroe? Quello che si fa o quello che rifiuta la droga nonostante la pressione del gruppo? Quello promiscuo o quello che rispetta le ragazze? Quello che beve di più o quello che si rifiuta di vere alla guida un ubriaco? Essere eroi vuol dire sapersi ribellare al conformismo, alle pressioni del gruppo.

Eppure i media questi giovani eroi li dimenticano continuamente, li emarginano, persino li irridono. Eppure fortunatamente io di giovani eroi ne vedo tanti. Io vedo giovani che si lanciano con impegno nel mondo del lavoro, che studiano con sacrificio e passione nonostante le difficoltà del nostro sistema. Vedo ragazze e ragazzi che amano curarsi, divertirsi, stare bene, ma che non hanno mai pensato che questo possa essere in contrasto con la capacità di sognare, impegnarsi, assumersi responsabilità, credere. Che amano le discoteche, i cinema e i concerti, ma - lo dicono le statistiche - dedicano altrettanto interesse alla cultura, alle mostre, “persino” ai libri. Viaggiano per divertirsi, ma anche per conoscere il mondo e la gente. Ma dove sono sui mass media i tanti giovani che si spendono per un impegno civile e politico perché credono che il mondo possa essere un po’ migliorato? I Papaboys fanno notizia solo per folklore e scompaiono quando riempiono la vita quotidiana dell’impegno che scaturisce dalla fede? I tanti che per questa o quella idea partecipano a manifestazioni su manifestazioni esistono solo quando invadono le città o scendono in piazza perché hanno qualcosa da dire, giusta o sbagliata ma che si potrebbe anche ascoltare? Quanti giovani mettono la divisa per difendere giorno dopo giorno pace e ordine, ma ce ne ricordiamo solo se vengono massacrati?  Ci sono più aspiranti tronisti e veline o più volontari nelle ong, nelle associazioni, nelle cooperative, nelle parrocchie...? C’è confusione: mi indigno quando vedo che vengono presentati come giovani eroi quei teppisti che nelle manifestazioni black bloc o nei sobborghi di Londra o Parigi scatenano la loro rabbia (a volte comprensibile, perché nasconderlo?) in una violenza cieca che è parte integrante del problema e lo aggrava, non contribuisce certo alla soluzione. E i media godono di poter mandare quelle immagini spettacolari, e qualche maestro di pensiero elogia l’eroismo di chi si ribella. Vergogna. La vera ribellione è quella di chi il mondo lo cambia giorno dopo giorno, con il proprio impegno, con lo studio, il lavoro, e costruendo un mattone per volta il mondo delle relazioni intorno a sé. Non lanciando mattoni. Ai violenti, io preferisco i poliziotti, che quando fanno bene il loro lavoro, nelle condizioni in cui sono costretti, sono dei veri eroi. Come i militari e gli altri delle forze di sicurezza. In politica chi è il vero eroe? L’arruffa popoli sempre più diffuso, l’antipolitico, l’antisistema? Quello che scatena la rabbia della gente e la incanala verso la distruzione sottraendo preziose energie alla costruzione? Oppure l’eroe è quello che non si piega al vento che cambia, non liscia il pelo alla gente, ma dice la verità e percorre tenace la sua strada controcorrente avente ben in mente il bene comune e non il suo successo demagogico?

Chi è il vero eroe? Chi è il modello di riferimento? La persona di successo, ricca e senza scrupoli? Chi ha costruito la propria scalata sui cadaveri degli altri? Chi si è saputo arricchire approfittando della cattiva amministrazione, tra tangenti e truffe? Oppure l’eroe è chi fa onestamente il suo lavoro magari rifiutando le occasioni di illegalità, di facile guadagno? Quanti veri eroi ci sono nella pubblica amministrazione? E persino nella tanto bistrattata politica, a tutti i livelli, partendo dalle realtà locali? Quanti per un po’ di successo, ricchezza, potere, ammirazione hanno venduto la propria anima, e quanti invece l’hanno salvata senza che se ne sappia niente, e anzi ricevendo forse in cambio solo fiele e emarginazione.

O vogliamo parlare di sanità? Quanti veri eroi ci sono nelle pieghe di un sistema oggettivamente più malato dei suoi stessi pazienti? E quanti antieroi? A chi va la nostra ammirazione? A chi lucra su cliniche che non fanno quello che dovrebbero ma intanto i potenti si arricchiscono? Al primario cocainomane che spilla quanti più quattrini possibile da gente che sta male? O all’infermiere che non fa il suo lavoro ma si è ritagliato un ruolo di gestore dei favori e in questo modo si gode il suo piccolo potere e i suoi illeciti arrotondamenti? Tutta gente di successo, tutta gente ammirata in società. Ma marcia. Mentre gli eroi sono tutti quelli, medici, chirurghi, infermieri e portantini, che gettano sangue e sudore per far funzionare un sistema di cui altri si approfittano, e prendono il loro lavoro come una missione e mettono al centro del loro mondo le persone che vanno aiutate, e non spremute.

Qualche esempio di eroi moderni? Chi ad esempio dona gli organi per salvare delle vite, nonostante in quel momento provi un immenso dolore e forse rabbia per la persona cara che gli è stata strappata via. E che vogliamo dire di chi resiste alla mafia, rifiuta di pagare il pizzo, sporge denuncia? Saranno più eroici questi comportamenti o quelli di qualche membro dello star system intento a preoccuparsi di un vestito, di un’unghia, di un amante? Cosa c’è di eroica nell’essere un’icona pop? Beh, mi attirerò qualche antipatia, ma io non trovo niente di eroico, niente di esemplare in Lady Gaga che bercia conciata da pagliaccio (con tutto il rispetto per i pagliacci), in Vasco Rossi che fa i suoi sconnessi predicozzi di vite spericolate (l’antieroe per eccellenza, il cattivo esempio più esemplare, a mio modesto avviso), in Amy Winehouse e negli altri idoli che poveracci sono morti a 27 anni a seguito della vita che hanno condotto: mi possono fare pena come vittime di un sistema che li ha sfruttati da vivi e da morti, ma dev’essere chiaro che ci sono dei carnefici e altrettanto chiaro che se quei ragazzi cantavano canzoni apprezzate, questo non vuol dire che sono icone e le loro vite modelli. Non bisogna fare confusione tra talento ed esempio. Se si riesce a distinguere, bene, altrimenti è certamente meglio buttar via le canzoni insieme al cattivo esempio, piuttosto che buttare i valori per salvare le canzoni. Ma purtroppo succede spesso il contrario.

L’elenco degli eroi di oggi e dei contrapposti modelli antieroici che ci vengono propinati potrebbe essere infinito. Ma il tono ormai lo abbiamo capito. Mi resta un ultimo esempio. Chi è il vero eroe? Il mago che promette di venderti un figlio ad ogni costo, ad ogni età, in ogni modo, con ricchi guadagni? Gli aspiranti genitori che quando si sentono appagati della loro vita pensano sia arrivato il momento di comprarsi un giocattolo nuovo in forma di bimbo? Oppure oggi in Italia è eroico fare i figli quando è il momento, nonostante tutto remi contro la famiglia, e quindi contro il futuro?

Osvaldo Baldacci

mercoledì 21 settembre 2011

E se il bipolarismo fosse solo una bugia?

Un fantasma si aggira per il mondo. Anzi non si aggira per niente, anche se molti ci credono. È il bipolarismo, con eventuali pulsioni bipartitiche e collegati maggioritari. Sembra che in tutto il mondo questa sia la situazione politica e dei sistemi elettorali. E l’Italia si deve adeguare. Il fatto clamoroso è che è completamente falso. Non si tratta nemmeno di un mito, o di un misterioso animale leggendario. No, è proprio una balla. Ripetuta tante volte che gli italiani ci hanno creduto a lungo, e qualcuno nell’attuale panorama politico continua a ripeterlo nel tentativo di perpetuarsi. Ma sveliamo che il re è nudo. Il bipolarismo non esiste. Da nessuna parte. E anche i pochi modelli maggioritari che tentano di forzare verso un bipolarismo hanno clamorosamente fallito nel loro intento. Certo, se per bipolarismo si intende la dinamica tra maggioranza e opposizione, questa esiste ovunque, seppur articolata. E nessuno è contrario a questo. Se poi per bipolarismo si intende che esistono due maggiori aree politico-culturali di riferimento, a prescindere dal numero di partiti e anche dalle alleanze, questo si verifica spesso, e ha un senso. Ma se il bipolarismo è quello mitico sventolato da politici e politologi italiani, beh, di quello proprio non c’è traccia. Nessuna. O meglio, in Europa un caso bipolare c’è, ma non so se possa fare da scuola: è Malta, dove esistono due soli partiti che si alternano al governo, il Partito Nazionalista e il Partito Laburista (e comunque nel 2008 il 2% dei maltesi ha scelto altre forze politiche minori). Con una piccola precisazione: al di là delle minime proporzioni del corpo elettorale maltese, e del fatto che si fa fatica a vedere la bella isola come modello istituzionale mondiale, quel che più conta è che il sistema elettorale maltese è proporzionale. Sì, proporzionale, con un minimo premio di maggioranza solo se serve, nessun impedimento alla nascita di nuove forze politiche. È solo che lì, per ora, non servono. Ma tolta Malta, lo scontro finale e allo stesso tempo permanente tra due fazioni politiche non va di scena in nessun Paese europeo, e in realtà neanche altrove, nemmeno negli Stati Uniti se si prende in considerazione la forma dogmatica e di comodo di certi apostoli italiani. D’altro canto per capirlo basterebbe guardare al Parlamento Europeo, dove i deputati dei vari Paesi sono divisi tra molti gruppi, oggi sette, nei quali si collocano anche forze politiche che a volte fanno più fatica ad essere presenti nei rispettivi parlamenti nazionali.
È il caso della Gran Bretagna, patria del modello anglosassone idolatrato come bipolare o meglio ancora bipartitico. Mai stato. E le ultime elezioni lo hanno smentito clamorosamente. Certo, storicamente le due forze maggiori sono i Conservatori e i Laburisti, chi lo discute, ma da sempre esistono altre forze importanti che hanno pesato anche quando il sistema maggioritario ha impedito loro di entrare in Parlamento. È il caso dei Liberal-Democratici, che hanno sempre raccolto consensi a due cifre, e che nonostante ogni avversità istituzionale siedono ora nel governo di coalizione (sì, di coalizione) cui hanno costretto i conservatori. A maggio il partito di Clegg è stato scelto dal 23% degli elettori ed è risultato decisivo, anche se un po’ meno delle attese, e tra le sue richieste incontestabili ha posto la riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Sacrilegio nel tempio del bipartitismo! D’altro canto forse bisogna ricordare che anche prima dei liberali la Camera dei Rappresentanti era “contaminata” dalla presenza di altri partiti minori, spesso decisivi per le maggioranze. Nell’attuale Parlamento di Londra ad esempio siedono anche sei eletti del Partito Nazionale Scozzese, cinque del Sinn Fein, 8 del Partito Democratico Unionista, 3 del Plaid Cymru, 3 del Partito Social Democratico e Laburista, un Verde e persino un indipendente. A queste realtà vanno aggiunte altre forze politiche divenute importanti, a volte rappresentante a Strasburgo, ma assenti da Westminster: il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (che ha comunque superato il 3%), il Partito Nazionale Britannico (al 2%) e il Partito Unionista dell’Ulster. Un certo affollamento per una realtà dove il dogma prevede che esistano solo due partiti.
Per restare nelle isole, l’Oireachtas, il parlamento bicamerale irlandese formato da Seanad Eireann e Dàil Eireann, è eletto col sistema del voto singolo trasferibile (lo stesso di Malta), che associa la scelta ordinale dei candidati ad un'alta proporzionalità. I principali partiti sono tre: il Fianna Fàil, il Fine Gael e il Partito Laburista. A questi sugli scranni della Camera si affiancano il Sinn Féin, i Verdi e i Socialisti. Attualmente poi 4 deputati sono classificati come indipendenti.
La situazione della mitica Scandinavia non è tanto diversa: molti partiti, governi di coalizione, addirittura maggioranze costrette a reggersi su appoggi esterni. È fresco nella memoria il caso della Svezia, dove per la prima volta la destra populista è entrata in Parlamento e ha costretto il premier di centrodestra a un governo di minoranza, dopo che sono falliti i tentativi – legittimi e non criticati – di portare i verdi dalla coalizione d’opposizione a quella di governo. D’altro canto, in Svezia vige una legge elettorale proporzionale. Con i nuovi arrivati Democratici di Svezia (decisivi per l’elezione del presidente della Camera), i partiti che hanno superato lo sbarramento del 4% e sono presenti nel Parlamento monocamerale di Stoccolma sono ora otto, con i tradizionali Partito Socialdemocratico Svedese, Partito Moderato Unito, Verdi, Partito Popolare Liberale, Partito di Centro, Democratici Cristiani, Partito della Sinistra. Non molto diversa la situazione in Finlandia, con un Parlamento unicamerale eletto proporzionalmente. I 200 deputati sono eletti nei 16 distretti. Il primo ministro è nominato dal Presidente della Repubblica, dopo le consultazioni parlamentari. Nelle elezioni del 2007 i tre principali partiti sono arrivati molto vicini gli uni agli altri, il Partito di Centro, il Partito di Coalizione Nazionale, il Partito Socialdemocratico Finlandese. Quasi al 9% anche l’Alleanza di Sinistra e la Lega Verde, mentre hanno conquistato seggi pure il Partito Popolare Svedese, i Cristiani Democratici, i Veri Finlandesi e un movimento minore. Anche qui, proporzionale, almeno otto partiti, più poli. Anche in Danimarca governo di coalizione, con appoggio esterno. Il Folketing è eletto proporzionalmente con sbarramento al 2%, e ha il potere di sfiduciare il governo e di cambiarlo. Alle politiche del 2007 hanno partecipato 9 partiti principali più i rappresentanti di Groenlandia e Faroer e altri minori, e otto hanno conquistato rappresentanza parlamentare. Insomma, questi scandinavi dovrebbero proprio vergognarsi: multipartitismo, sistema proporzionale, governi di coalizione. Una eresia.
Al di là del Mar Baltico stessa solfa. In Lituania il sistema elettorale prevede metà eletti in collegio e metà col proporzionale con sbarramento al 5%, cosa che nel 2008 ha fatto entrare in Parlamento 10 partiti che hanno dato vita a un governo di coalizione. Anche la Lettonia è una Repubblica Parlamentare, con proporzionale e sbarramento del 5%, superato lo scorso due ottobre da 5 coalizioni a loro volta formate da più partiti, con molto rilevanti variazioni del numero dei seggi. Una delle alleanze che è entrata alla Camera era assente nel 2006, mentre non ha superato la soglia il partito Per i Diritti Umani nella Lettonia Unita che aveva sei deputati nella scorsa legislatura. Oltre il 4% dei voti è andato ad altri schieramenti: in queste giovani democrazie la variabilità dei partiti è ancora frequente. Il parlamento è sovrano anche in Estonia, e dal 2007 vi siedono sei partiti, mentre altri due movimenti maggiori non hanno conquistato seggi. Ovviamente il governo è di coalizione, nessuno avendo raggiunto la maggioranza assoluta.
Veniamo ora al cuore dell’Europa, forse con una ricerca altrettanto puntigliosa almeno lì troveremo questo mitico sistema bipolare. Proviamo col Benelux, che della Ue è un cuore pulsante. Dunque, il Belgio no, non è un caso che fa per noi. Macché, meglio guardar proprio da un’altra parte: in Belgio persino i partiti di livello internazionale come popolari e socialisti sono divisi in due, una formazione fiamminga e una vallone. Per non parlare dei movimenti germanofoni e della miriade di altri partiti a metà tra il localismo e le idealità globali. Facendo un conto sommario, attualmente si possono registrare oltre venti partiti politici, di cui dodici siedono alla Camera. Che dire dell’Olanda? Beh, si ricorderà il dibattito provocato dalle forze populiste accusate di xenofobia, prima con Pim Fortuyn, ora con Geert Wilders divenuto il terzo partito d’Olanda, il cui appoggio esterno è stato determinante per formare il governo liberal-democristiano dopo mesi di inconcludenza. Nel Parlamento eletto quest’anno i partiti sono dieci, e altri ancora sono rimasti fuori. Ma forse almeno nel piccolo Lussemburgo ci sarà questa semplificazione del sistema a due partiti o almeno due blocchi? Su duecentomila elettori, i partiti mandati alla Camera sono sei, a coprire tutte le tradizioni classiche (popolari, socialisti, verdi, sinistra).
Della Germania e della Francia è quasi inutile parlare. In Germania di recente la Corte Costituzionale ha respinto alcune modifiche alla legge elettorale perché non garantivano a sufficienza il criterio fondante della proporzionalità. La Germania è uno dei Paesi politicamente più stabili e dal dopoguerra ha avuto appena un pugno di Cancellieri. Eppure ha provato quasi tutte le coalizioni possibili (la stampa tedesca si diverte a dare loro soprannomi secondo l’accostamento dei colori), coalizioni formate dopo il risultato elettorale in base alle possibilità che gli elettori sono andati a creare. Sono ormai almeno sei i partiti storici tedeschi, a partire dai democristiani che però in realtà sono divisi tra la CDU nazionale e la CSU bavarese. Poi ci sono i socialdemocratici, la sinistra (Linke) nata dalla fusione dei comunisti con i fuoriusciti della SPD, i Verdi, i Liberali. Esistono poi altri partiti e fanno parlare di sé soprattutto quelli di destra, ma per ora non sono mai riusciti a valicare la soglia di sbarramento. La governabilità è garantita dalla sfiducia costruttiva e in diversi momenti importanti della Germania si è dato vita a una Grosse Koalition tra popolari e socialisti, senza scandali e lasciandosi serenamente per le elezioni successive. Un sistema simile vige nella cugina Austria, nella cui Dieta nazionale trovano spazio cinque partiti, tra cui un paio di movimenti populisti diventati importanti da Haider in poi. Anche qui non è un’eresia la Grande coalizione tra socialisti e democristiani, al governo dal 2006. Dicevamo della Francia dalle grandi personalità presidenziali. Ebbene anche qui, come è noto, nonostante i personalismi e un sistema elettorale a doppio turno che favorisce i partiti maggiori non c’è modo di ridurre a due le realtà politiche. Nonostante la relativamente recente fusione di diverse forze del centro-destra nell’Ump, all’Assemblea Nazionale sono rappresentati numerosi partiti politici. Tre per la maggioranza, quattro per l’opposizione di sinistra, uno per l’opposizione di centro. Resta inoltre fuori il Fronte nazionale. Due seggi sono appannaggio di “altre liste”, mentre indipendenti e movimenti minori hanno 9 deputati che appoggiano la maggioranza e 15 schierati con la minoranza. Il ballottaggio presidenziale e la forte connotazione dei leader è solo una maschera che non può cancellare la pluralità politica del sistema francese.
Non è poi nel Mediterraneo che possiamo andare a cercare la chimera del bipartitismo anglosassone, anche se poi si finisce per scoprire che la prevalenza di due blocchi culturali è più facile dove non ci sono forzature. È il caso spagnolo e quello greco, ad esempio. In Spagna il sistema politico è basato sul multipartitismo anche se di fatto la contrapposizione storica è tra Popolari e Socialisti, ma non si governa senza i tanti partiti minori, specie quelli di stampo localistico. Nell’attuale Congresso sono rappresentati dieci partiti, di cui almeno cinque regionalistici. I Socialisti di Zapatero governano ma da soli non raggiungono la maggioranza dei seggi. Anche in Portogallo la scena gira intorno a due partiti prevalenti, il Partito Socialista e il Partito Social-Democratico (che è di centro-destra), ma hanno più di 15 deputati a testa anche il Partito Popolare, il Blocco di Sinistra e la Coalizione Democratica Unitaria. Anche qui, senza i partiti minori non si governa. È semmai in Grecia che il sistema elettorale favorisce la formazione di governi omogenei, grazie a un complesso sistema che è a rappresentanza proporzionale, ma poi premia il primo partito e penalizza il secondo. In questo modo nella giovane democrazia si sono alternati al governo i socialisti del Pasok e i rivali di Nea Demokratia, senza che questo escluda dall’azione politica altri movimenti di varia ispirazione, dagli ortodossi ai comunisti ai verdi, una decina di partiti alcuni dei quali presenti ad Atene (oggi tre per una cinquantina di seggi) o Strasburgo. A Cipro il governo è di coalizione fra tre partiti di sinistra, mentre all’opposizione si collocano il Raggruppamento Democratico, i Verdi ed Euro-Ko.
Per chiudere il discorso dell’Unione Europea, restano i Paesi dell’est, i quali troppo a lungo si sono trovati con un partito solo perché ora possano accontentarsi di due. In nessuna di queste realtà vige una forma di bipolarismo stretto. Non certo in Polonia, dove il governo è arrivato ad essere formato da una coalizione di sette partiti. Al voto del 2007 i movimenti si sono presentati alle urne in alleanze elettorali quattro delle quali sono entrate in Parlamento. In Ungheria esiste una quota uninominale e una proporzionale, e i partiti che hanno conquistato seggi ad aprile sono quattro più un indipendente, con almeno un quinto partito importante tra quelli rimasti fuori. In Bulgaria per entrare all’Assemblea Nazionale i partiti o le coalizioni devono superare il 4% con un sistema proporzionale in collegi plurinominali. A luglio si sono presentati otto partiti o cartelli di partiti (i partiti sono di più) più alcuni minori, e in Parlamento sono ora presenti sei gruppi politici. Anche la Romania presenta un sistema con numerosi partiti politici che si devono accordare per formare governi di coalizione, nonostante il sistema di collegi in cui i partiti devono superare il 50%. I cartelli elettorali (a volte composti da più partiti) che hanno superato il voto del 2008 sono cinque, con un altro paio di movimenti importanti che però non hanno ottenuto parlamentari. Nella Repubblica Ceca la scena politica è stata dominata da quattro grandi partiti, circondati da partiti minori. Ma nelle elezioni del 2010 hanno fatto il loro debutto due nuovi partiti che sono riusciti a conquistare il terzo e il quinto posto. In Slovacchia i deputati sono eletti con sistema proporzionale con sbarramento del 5%, che nel 2010 è stato superato da sei dei numerosi partiti presentatisi, peraltro con la maggioranza relativa andata ai socialdemocratici e la maggioranza complessiva andata a formazioni di centro-destra. Vicino a noi, in Slovenia, vige un sistema elettorale misto maggioritario-proporzionale che ha portato alla Camera nove partiti più i rappresentanti di italiani e ungheresi.
E così, Italia a parte, abbiamo fatto il giro di tutta l’Unione Europea. Di sistemi ingessati su due fazioni non abbiamo trovato traccia.
Osvaldo Baldacci

lunedì 19 settembre 2011

Deja vu 1993, vent'anni persi

Promette grandi novità questo autunno del 1993. Si susseguono scandali ma la scena italiana verrà presto rivoluzionata, o almeno così potrebbe sembrare. Si prepara una gioiosa macchina da guerra che potrebbe portar stabilmente al governo del Paese la sinistra, con le use idee innovative e un pensiero socio-economico pronto per reggere il confronto della modernità e lanciare l’Italia tra gli astri del mondo globalizzato. La sua triade di alfieri, Bersani, Vendola e Di Pietro, avanza spavalda accompagnata dalla signora della CGIL. Pensano di aver già in mano il Paese e che una volta che saranno stati tolti di mezzo dai giudici quelli di prima, il loro regno sarà incontrastato, un vero paradiso dei lavoratori. Loro poi sono gli incorruttibili. Qualche testa esposta in piazza e poi risorse infinite da distribuire a tutti, per far contenti tutti, costringendo a forza di retorica le imprese a investire in Italia.
Ma non è l’unica brillante novità che si affaccia all’orizzonte. Dall’altro lato dello schieramento politico i giovani rampanti come Alfano sono entusiasti per le prospettive che vengono messe in campo dall’attaccamento alla politica di un grande imprenditore dal carisma trascinante, quel Silvio Berlusconi che incanta larghe fasce della popolazione promettendo meno tasse, più crescita, meno vincoli burocratici, il completamento delle grandi opere. Forse finalmente il leader capace di portare in questo Paese quella rivoluzione liberale che può rilanciare l’Italia tra gli astri del mondo globalizzato. Un personaggio ben noto all’estero e dal sicuro impatto sui mercati internazionali. Ben si comprende perché i colonnelli del PDL, gli Alfano, i Formigoni e tutti gli altri vedano in lui la stabilità del presente e la promessa per il futuro.
Terza novità dirompente di questa stagione è rappresentata da un tale Umberto Bossi. Con lui la Lega si appresta a mietere grandi successi sulla base di parole d’ordine senz’altro sospette ma che comunque hanno una loro forza e possono fare da traino per lanciare l’Italia (o almeno la Padania) tra gli astri del mondo globalizzato. Bossi e la sua famiglia (ops… la sua gente) gridano contro i lacci e lacciuoli di Roma, le tasse, la burocrazia. Pretendono efficienza, efficacia, uno Stato al servizio dei cittadini e non il contrario. Sono legalisti al punto da essere forcaioli, non possono neanche sentire l’odore di corruzione, inciuci, affari. Per loro le manette non devono guardare in faccia a nessuno, non si faranno tirare in mezzo a compromessi di potere per sostenere politici inquisiti. Certo, sono un po’ estremisti, e spesso si richiamano alla secessione e usano toni da film di serie B, ma speriamo sia solo folklore e propaganda. Forse una mano a scuotere questa Italia (tutta l’Italia) riusciranno a darla.
Quindi, apprestiamoci a una stagione di grande rinnovamento, di grandi novità, di grande rilancio per l’Italia. Le migliori premesse ci sono tutte in questo caldo autunno politico del 1993. Come? Siamo nel 2011? Porca miseria, un deja vu.
Osvaldo Baldacci